Ott 1, 2008 - Senza categoria    No Comments

A TRE PASSI DALLA RETE

Così si intitolava un articolo di Giovanni Arpino pubblicato su La Stampa di alcuni anni or sono, in occasione – mi pare ma non ne sono sicuro – della definitiva chiusura dello Stadio Filadelfia [editoria – 10; cartoline – 4, 7, 50; emiss. postali – 5].

Poco importa però la circostanza in sé; in realtà questa bellissima descrizione di un luogo straordinario mi è rimasta nel cuore. Sappiamo tutti che Arpino era tifoso bianconero, ma, come raccontava un inserto del giornale Tuttosport del 2006, era anche un “attento osservatore, sensibile nel cogliere gli aspetti più autentici della realtà che lo circondava, di quale colore fosse. E quello granata di molto gli garbava…[editoria – 11]”. Basta leggere queste righe per comprendere cosa fosse e cosa rappresenti ancora oggi il “Filadelfia”, ed augurarsi che il Monumento, prima o poi, rinasca…

Un muro di facce, un rettangolo di urla, quattro “quinte” che racchiudevano un teatro di enorme forza realistica. Questo fu il <Filadelfia> nei suoi grandi anni. Lì dentro portavi la tua voglia di football con convinzione assoluta, con la certezza di assistere a un rito nudo e crudo, mai distanziato da scalini, piste, gradinate sovrapposte. Così non c’era alcun bisogno della paccottiglia fragorosa d’oggi, di tamburi e trombe spernacchianti lontano.

<Sebi>, era l’urlo che un parente lanciava, raucamente, quando entrava in campo Eusebio Castigliano. E potevi contare le rughe di Gabetto, la barba lungo le gote mal rase di Mazzola. Potevi vedere un avversario, ad esempio il mediano laziale Fuin, che dopo un pestone veniva ad appoggiare la testa di riccioli biondi alla rete e piangeva. E altri urli: <Mobilia>, ad incitare Ferrario che tentava una sortita, dinoccolando e quasi spinto nella schiena dal coro pubblico. C’erano portieri di ogni squadra che tremavano entrando sull’erba. Il muro di facce alle loro spalle distava un paio di metri, il ghigno corale era un mostro di cinquemila teste.

Questo fu il <Filadelfia> degli anni buoni. Un luogo patrio, un crogiolo che nessuna arena spagnola, nemmeno quella di campagna, a Linares, dove morì Manolete, uguaglia nella memoria. Un luogo che qualcuno avrebbe anche potuto decidersi a riscattare in perpetuo, facendone un monumento non nazionale, ma almeno personale. Non è accaduto. La storia passa, macina non solo acqua sotto i ponti ma anche le pietre cittadine. Rimpiangere è vano.

Meglio il ricordo, purchè sia denso, vivo, bruto. Il ricordo di Loik, che sta ingobbendo perché da mezz’ora la squadra non gira e lui deve coprire troppi spazi con quelle coscione così grosse. Il ricordo di Grezar che stampa un bolide all’incrocio dei pali, la palla vola via e lui bestemmia come un turco, lì a tre passi dalla rete di cinta. Perché il <Filadelfia> fu proprio quella rete, dove ti tenevi anche con i denti pur di vedere football ravvicinatissimo. I poveri diavoli che dal Brasile a San Siro stanno sui superiori anelli, come saranno mai in grado di interpretar calcio? Il gusto della <pelota> giocata lì davanti, che quasi la tocchi, quello fa educazione al gesto goleadorico. Il resto è sapienza da ruminante televisivo.

Il <Filadelfia> fu anche una famiglia. Sfottente, esacerbata, pretenziosa, con un individuo sempre lì vicino e che sa tutto e guarda l’orologio e assicura, con un sorriso superiore: <Adesso si sveglia Valentino, e per gli altri son ceci>. Aveva ragione, Mazzola si svegliava (<si tirava su le maniche> dettava il gergo anche se le maniche erano corte) e il Toro chiudeva la partita, incornando da un’area all’altra e chicchessia.

Ho visto al <Filadelfia> Bearzot correre in una puntata di contropiede, e aveva al fianco un terzino della sua stessa squadra granatiera. Costui gli anfanava al fianco: <Va, va, ma non darmi la palla>, e giù bestemmie. Bearzot si ferma: <Ma allora cosa mi corri vicino, torna indietro, bestia>.

C’era questa bellezza, così aspra, così tangibile, come una scultura dalla superficie ruvida, che al tocco ti cattura e riempie la mano. C’era questa virtù di riscatto, perché il grande <Filadelfia> era un simbolo, in quegli anni postbellici, e nessuno ancora si sognava che dalla nostra miseria, dai nostri abiti rivoltati, dalle nostre pance vuote, potesse nascere un <boom>, parola assolutamente straniera.

Addio, o rettangolo. Talvolta è doveroso salutare non un amico che parte, non un amore che finisce, ma soltanto un pezzo di terra, perdipiù cittadino, non privilegiato. Talvolta si può restare in commozione non davanti a una vigna bruciata dalla grandine, ma a un lembo di prato, che non è nemmeno tuo. O forse sì, era più tuo di ogni mattone possibile, perché l’avevi pagato con urla e ansie, e con le scarse lire che la saccoccia degli Anni 40 consentiva.

Non avremo mai più certe sensazioni: quel <dribbling> un’ala sembrava averlo fatto per te, che fino a quel momento l’avevi fischiata, vista la sua neghittosità, a due metri. E quel portiere che parava, buttava via la palla, poi si voltava verso il muro di facce come a dire: visto?

Ciao, <Filadelfia>. Anzi, <s-ciau>, come era nel saluto di borgata. Siamo condannati agli addii”.

                                                                                                                                                                    Giovanni Arpino

A TRE PASSI DALLA RETEultima modifica: 2008-10-01T14:28:00+00:00da libellus1
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