Archive from dicembre, 2008
Dic 28, 2008 - Senza categoria    No Comments

ROSATO

Leggendo il libro “Le grandi nazionali” di Giorgio Gandolfi, pubblicato dalla Casa Editrice MEB di Torino nel 1974 [editoria – 30], ho potuto apprezzare il capitolo dedicato a Roberto Rosato [figurine – 100], difensore di grande talento, uno dei migliori prodotti del vivaio granata degli anni ’60, campione d’Europa nel 1968 e vicecampione del mondo nel 1970. Giorgio Gandolfi, per descriverlo, riporta nel proprio libro il ritratto già fatto di lui da Vladimiro Caminiti nel libro “Divi in poltrona” del 1965. E’ questa una suggestiva narrazione, in cui la figura del difensore è anche spunto per dipingere l’atmosfera (da brivido assoluto) che si respirava al Filadelfia negli anni ’60.

 

 

“Si giocava ancora al Filadelfia, che alla domenica pomeriggio non era soltanto un campo ma un accampamento. In mezzo a questo accampamento sventolavano drappi e bandiere, e strepitavano i campanacci, tenuti, anzi impugnati, da combattenti emuli di quelli che avevano sbaragliato il Barbarossa oppure partecipato alle crociate di Goffredo di Buglione, tipi assolutamente estranei alla vicenda tecnica, alla sfida calcistica, al suo significato sportivo, tipi divorati, disossati ed agitati dalla febbre, una febbre di possesso e di ribellione, che si trasferiva in un urlo di minaccia e di vituperio.

Una volta andammo anche noi in mezzo all’accampamento. La scalinata delle curve appariva coperta dalle facce di questi tipi, quasi tutte eteree, trasognate, facce avviluppate nel sogno del possesso e della ribellione, accompagnate da pugni, bastoni ed ombrelli branditi in atto di minaccia verso l’arbitro, le facce di uomini forse inseguiti dall’ambascia e dalla delusione, il loro urlo sbatteva l’aria dando al pallone movimenti più celeri, certamente il Torino non giocava solo, la squadra sapeva far quadrato assieme alla sua folla, e certe vittorie arrivavano sull’ala tenebrosa di questo furore collettivo. Senza che l’arbitro riuscisse in alcun modo a capacitarsi il pallone spariva, ricomparendo dopo mischie fulminee ed accapigliamenti volanti però silenziosi come il morso della vipera. Spesso il pallone alla fine era rimbalzato in rete. La protesta corale degli avversari si sprofondava nell’urlo di vittoria della folla, la folla brandiva le bandiere e sulla scalinata c’era una bandiera sola, un grumo di bandiere e di passione, il Torino aveva vinto.

A quei tempi faceva il suo tirocinio di giocatore nel Torino, alle dipendenze di Beniamino Santos, un ragazzo di Chieri, cioè Roberto Rosato, classe ’43 (una classe baciata in fronte dal talento calcistico) come Gianni Rivera, Gigino Meroni, Giovannino Sacco, Giuseppe Tamburini, Fabrizio Poletti, Giancarlo De Sisti, Angelo Anquilletti, Francesco Rizzo…

Roberto crebbe in una famiglia angustiana, prestissimo diventò uomo ed entrò nel Torino, arrivandoci un mattino con un frugoletto alla mano di qualche anno più piccolo di lui, il fratello, che in nessun modo aveva potuto lasciare a casa.

Visionato dal Torino, Roberto era piaciuto ed era stato ingaggiato per le solite quattro lenticchie.

Cose strane davvero erano successe nel Torino in quel 1959. C’era stato un rivolgimento dirigenziale, all’uscita da questo rivolgimento il Torino si trovava abbinato ad un’industria dolciaria. Una grande T veniva mascherata sulle maglie granata, la folla protestava, i tifosi poareti, cresciuti sul posto o arrivati da lontano, nutrici di epici ricordi, urlavano e scrivevano lettere ai giornali. Sacchi gonfi di lettere si ammucchiavano in redazione.

Rosato crebbe in questo clima, il suo talento si impastava nel gusto della lotta, nel piacere dell’emulazione. Molti cominciavano a dire che un luminoso avvenire riaspettava quella squadra. Rosato cominciava a pensare di potere partecipare personalmente alla rinascita.

Fu Santos, questo argentino diverso, il primo a credere in Rosato. Prendeva novantamila lire al mese come allenatore dei ragazzi a quei tempi. Subito disse al dirigente avvocato Cozzolino che il ragazzo aveva i numeri, che con questi numeri avrebbe fatto un lunghissimo conto…

E ci fu l’esordio in serie A, il 2 aprile del 1961 nella suggestione di Firenze. Come terzino destro, però subito destinato al compito più difficile, la marcatura di un orco di faccia bianca ed occhi gelidi, Kurt Hamrin…

Roberto ricorda quell’esordio in modo vago, indistinto. E’ passato tanto tempo da allora. Soltanto cinque anni? Ma in questi s’è formato un campione, c’è stato un incalzare di avvenimenti fenomenali, tutte le gioie ed un po’ tutti i dolori, tutti i trionfi e tutte le cadute, l’umiliazione del ginocchio gonfio e sbattuto, l’ospedale, la paura del peggio e la speranza del meglio, fino a che, coi suoi passi pesanti arrivò al Filadelfia un orco di faccia rubizza e umanissimo stampo ovverossia Nereo Rocco in persona…

Un terzetto di ragazzi malandati passarono alle cure di Rocco e del suo scudiero Bergamasco e tra questi c’era Rosato. Forse Rosato era il più adatto alla cura, certamente era il più classico, il più dotato, l’uomo vero ed asciutto che si guarda dentro e ci scopre la fermezza e la volontà…

Con Rocco tornano i giorni belli, anzi si fanno più belli ancora, passa la prima stagione con il paron, ed arriva la seconda in cui Roberto riconquista le posizioni maggiori. Pure Fabbri si accorge della resurrezione del ragazzo di Chieri. Presto lo convocherà in Nazionale…

Chi non sa nulla del Torino di questi anni non può capire il carattere vero di questo azzurro. E’ quanto di meglio abbia prodotto il Filadelfia dopo quei campioni che sapete. Certamente la gloria pesa sulle spalle di Rosato, ma la vera classe è anche modestia”.

VLADIMIRO CAMINITI (“DIVI IN POLTRONA”, 1965)

 

                                                                      

                                     

Dic 27, 2008 - Senza categoria    No Comments

LO SCUDETTO REVOCATO AL TORINO (prima parte)

LO SCUDETTO REVOCATO AL TORINO (prima parte).

Nell’Almanacco piemontese del 1989, edito da Viglongo [editoria – 29], ho trovato un interessante articolo di Giancarlo Carcano, intitolato “Appunti sul caso <scudetto revocato al Torino>, lo sfondo politico della vicenda”. Tra tutto il materiale da me raccolto sinora, questa mi pare la fonte più completa ed esauriente sul “fattaccio” che costò il primo scudetto al Toro. Per questo ho deciso di inserirne nel blog i passi più significativi.

“…La revoca dello scudetto 1926-27 ai danni del Torino Football Club, revoca decisa dalla Federcalcio il 3 novembre 1927, ha come antefatto la partita tra Torino e Juventus, disputata il 4 giugno 1927…All’andata, in aprile, la Juventus aveva superato i granata per 1 a 0…Nella gara di ritorno…il Torino era prevalso con il punteggio di 2 a 1 (0-1)…Alla fine del girone finale, il Torino si piazzava primo, davanti al Bologna e alla Juventus. Era il primo scudetto conquistato dalla società granata. Qualche giorno dopo, un periodico di Milano insinua il sospetto: Torino-Juventus 2 – 1 aveva alla base un tentativo di corruzione, da parte di un dirigente granata, nei confronti di giocatori bianconeri. La storia veniva ripresa da <Il Tifone>, diretto da Ennio Viero. Un giornalista del settimanale romano, Fermanelli, conduceva un’inchiesta privata. In particolare avvicinava uno studente residente a Torino, coinquilino di Luigi Allemandi, terzino della Juventus, in un alloggetto di una pensione in piazza Madonna degli Angeli, a Torino. Lo studente, Giovanni Gaudioso di Francofonte in provincia di Siracusa, avrebbe corrotto Allemandi, consegnandogli 25 mila lire avute da un dirigente del Torino, il dottor Nani, prima dell’inizio dell’incontro. Altre 25 mila lire dovevano essere consegnate all’Allemandi a partita disputata. Secondo questo assunto, Allemandi e gli eventuali suoi compagni complici avrebbero dovuto favorire il successo dei granata nel derby. Dai resoconti giornalistici sulla gara risulta, invece, la disputa di un incontro molto duro sul piano agonistico, con Allemandi, in particolare, fra i migliori in campo. A causa di questo comportamento <sleale> il Gaudioso non avrebbe consegnato ad Allemandi il resto della somma concordata, cioè le altre 25 mila lire…Allemandi sarebbe stato quindi considerato, dal Gaudioso, inadempiente.

In gran segreto fu avviata un’indagine, affidata al Direttorio federale della FIGC. L’inchiesta fu gestita direttamente da Leandro Arpinati, presidente della Federazione calcio, con la collaborazione del segretario federale Giuseppe Zanetti, dei vice-presidenti Graziosi e Ferretti e dei componenti il Direttorio Foschi e Della Pace….Va precisato che, a novembre, Allemandi e Pastore avevano cambiato società, essendo passato il primo all’Inter-Ambrosiana, l’altro al Milan.

Il 4 novembre 1927, il verdetto: revoca dello scudetto al Torino, sospensione di Allemandi a tempo indeterminato, altri provvedimenti disciplinari a carico della società granata. A metà mese, il provvedimento sospensivo a carico di Allemandi fu trasformato in squalifica a vita. Nessuna sanzione veniva presa nei confronti di Pastore e Munerati…Nessuna responsabilità emerse per la Juventus , anche se molti giornali specularono sul fatto che la società presieduta da Edoardo Agnelli avesse ceduto Allemandi quando cominciarono a circolare le voci di una combine a proposito di quel derby Torino-Juventus.

Questa la testimonianza, nel 1976, di Luigi Allemandi, in un’intervista a Carlo Moriondo di <Stampa sera> (19.5.1976): <Mi mandarono a chiamare, mi sottoposero a un terzo grado, dissero che avevo preso venticinquemila lire prima della partita e che poi mi ero arrabbiato perché, dopo aver perso, non mi avevano consegnato le altre venticinquemila. A me, proprio a me, fra i migliori in campo>…

Allemandi non gioca per alcuni mesi. Il 24 giugno 1928 scende in campo con la maglia dell’Inter proprio contro il Torino. Che cosa era accaduto? Un provvedimento di amnistia che annullava la gravissima sanzione, per merito del buon comportamento della Nazionale italiana (di cui Allemandi aveva fatto parte e successivamente tornerà a far parte) alle Olimpiadi di Amsterdam (terzo posto dietro Uruguay e Argentina). Rimase invece il provvedimento di revoca dello scudetto al Torino.

Allemandi giocherà molti anni ancora, nell’Ambrosiana-Inter e quindi nella Roma…

Il Torino nella stagione successiva a quella della revoca (1927-28), vincerà lo scudetto sul campo, grazie al famoso trio d’attacco composto da Rossetti II, Libonatti e Baloncieri…

Arpinati cadde in disgrazia presso Mussolini nel 1934, con l’espulsione dal PNF. Perdeva, allora, la presidenza della Federcalcio e del CONI [CONTINUA]”.

 

Dic 13, 2008 - Senza categoria    No Comments

CENTO SENZA SCONFITTE

Ancora dal libro “Lo stadio racconta” estrapoliamo questo passaggio [editoria – 13]:

“Cinque mesi e mezzo dopo la tragedia di Superga, il nuovo Torino corona un’impresa che è stata costruita da quei ragazzi morti nel rogo sul colle. E’ solo un primato statistico, ma significativo: il Torino raggiunge la centesima partita casalinga senza sconfitte, traguardo mai toccato da una squadra italiana. Questa storica sequenza è cominciata il 31 gennaio 1943 con il successo per due a zero nel derby ed è approdata – attraverso un bilancio di novanta vittorie e dieci pareggi – al confronto con il Milan. E’ già il Milan del trio svedese, che ha debuttato al completo in settembre. Anche il Torino ha due scandinavi nel suo trio centrale d’attacco: sono Bergtsson e Hjalmarsson. Proprio questi due dai nomi impossibili segnano due gol in apertura; per il Milan replica l’ala Rinaldi e, nella ripresa, pareggia Nordhal. Ma Carapellese – da ragazzo aveva giocato nel Torino e dopo Superga ha chiesto lui questo ritorno sentimentale – ha un ultimo guizzo dei suoi e contro gli ex compagni infila il gol della vittoria, poi difesa validamente da Moro.

 

 

P.S. – La serie del Torino si fermò proprio a cento partite: venne interrotta il 6 novembre 1949 in occasione del derby, vinto 3-1 dalla Juventus.”

 

Dic 11, 2008 - Senza categoria    No Comments

LA STORIA DEL TORINO

Molto interessante è la pubblicazione settimanale intitolata “La storia del Torino”, edita nel 1985 dalla Casa editrice fiorentina “La casa dello sport”.

Si tratta di quattordici fascicoli [editoria 16, 17, 18, 19, 20, 21, 22, 23, 24, 25, 26, 27, 28] che narrano compiutamente le vicende del Toro dalle sue origini agli anni ’80, ricchissimi di informazioni, statistiche e fotografie.

Le firme che collaborano alla redazione dell’opera sono di grande prestigio. L’introduzione è di Giovanni Arpino; ne riportiamo un estratto.

Il Torino – come tutti sanno – è una fede. E anche se non sempre la fede può vincere, il suo valore resta incontaminato. Anche se negli albi d’oro il nome del Torino inquadra titoli inferiori a quelli di altri club calcistici, la società granata è quella che ha fatto coniare i termini migliori, proprio come accade a comunità umane minuscole ma indispensabili, caratterizzanti anche se non dominano. Tutto qui il <tremendismo> granatiero, paragonabile a un destino insolito, unico, difficilmente imitabile.

Se il calcio, come è stato detto, è popolarmente un <linguaggio>, il Torino visto come Toro è, in quel linguaggio, un segreto ed un vocabolario diversi…

Nella storia del calcio italiano, il Toro è un quadrato tra tante altre illustrissime figure geometriche. Ed è un quadrato che conta, malgrado disastri, avversità, enfasi effimere, vittorie solenni o minime. Chi <nasce Toro> ha un suo <credo> antico, risorgimentale, tanto da amare più un giocatore soprannominato <trincea> che non un campionissimo, divertente e sovrano ma che non possiede tutte le caratteristiche del soldato di fatica.

Questa virile diversità ha nutrito il Toro da sempre, lo ha sorretto nei momenti più crudi, non è mancata mai nei periodi più negativi…

La sanguigna bandiera del Toro ha, per queste ragioni, un posto molto singolare nel panorama di un calcio diventato ormai un circense dai contorni confusi. Senza il confronto con questa bandiera, moltissimi e felicissimi club di calcio perderebbero lo specchio necessario a riconoscersi. E questa è la verità storica del Toro: il suo essere una fortezza compatta dà valore persino agli assedianti di turno. Il resto sia pure calcio giocato, ma visto solo come una conseguenza”.

 

Giovanni Arpino

Dic 8, 2008 - Senza categoria    No Comments

TOPOLINO

Anche il mondo dei fumetti più famosi ha ricordato il Toro: basti guardare la copertina del “Topolino” datato 3 ottobre 1976 [editoria – 14], pubblicato in concomitanza con l’inizio del campionato di quell’anno, in cui il Torino si fregiava del titolo di Campione d’Italia. Qui, Quo e Qua saltano in groppa ad un torello felice e rampante. All’interno solo un paio di paginette con il calendario della Serie A.