Archive from febbraio, 2009
Feb 26, 2009 - Senza categoria    1 Comment

CINTO ELLENA (parte seconda)

Caminiti prosegue la sua intervista a Giacinto Ellena:

“ – Come nacque la sua passione per il Toro?

<< Lo studio non mi piaceva poi tanto, andò a finire che studiavo di sera per conseguire il diploma di avviamento al lavoro, anche se non mi piaceva nemmeno lavorare. Era il calcio che amavo. Un mio insegnante a scuola, il professor Musso che aveva giocato come portiere di riserva nel Torino, parlava sempre, a me ed al mio povero fratello, di calcio, ed un giorno ci portò sl Torino al campo di via Sebastopoli e ci regalò un pallone nuovo. Io avevo dieci anni e da quel momento diventai tutto granata …>>

– E’ giusto affermare che chi non ha frequentato o calpestato lo stadio Filadelfia non può conoscere il Torino?

<< Direi proprio di sì …>>

– Perché?

<< Perché quello stadio trasuda una mentalità che sarà fin troppo passionale ma è quella del Torino…>>

La Torino popolana che esprime Ellena, figlio di un brigadiere dei pompieri, è la stessa che affolla le scale del Filadelfia per un allenamento. Il tifo è rumoroso e risentito in permanenza coi < gobbi > per motivi del substrato sociale, i < gobbi > non sono soli, non si sudano i loro scudetti. Li trovano per strada. Questa la tesi di fondo. Il Torio insomma combatte e spera, il Toro è una fede. La cultura del tifoso granata è come quella di Ellena, uscita dai prati di calcio- Egli esordì nel Torino nel gennaio 1934, Fiorentina-Torino 1 a 1.

– Come era quella squadra?

<< Allora era un Torino fatto di sudamericani, giocavano tutti bene la palla e correvano poco. Giudicelli era un artista, un palleggiatore finissimo, giocava col baschetto, da centromediano impostava il gioco per tutti, si diceva che la sera andava a letto tardi … >>

– Anche lei?

<< Io dovevo fare la vita da certosino, non avevo un gran fisico, la forza me la tenevo per le partite. Ho giocato circa 200 partite nel Torino anche se ufficialmente ne risultano 117 …>>

– Qual è stata la sua ultima partita nel Torino?

<< A Losanna, subito dopo la guerra, nel settembre ’45, quel Torino aveva Bacigalupo, Ballarin, Maroso, Grezar, me e Casigliano, Menti, Loik, Gambetto, Mazzola, Ferraris II. Fu la mia ultima partita nel Torino che poi acquistò Santagiuliana…>>

Vladimiro Catunti.

Feb 20, 2009 - Senza categoria    3 Comments

F.C. TORINESE: ALLE ORIGINI DEL TORINO CALCIO

Sulle origini del Toro molto si è scritto; è sufficiente anche solo navigare un po’ su internet per trovare notizie abbondanti sulle vicende che videro protagonisti i primi pionieri del calcio, ed in particolar l’F.C. Torinese, la squadra “antenata” del Torino, quella dal cui scioglimento – nel 1906 – nacque la compagine granata. Molte informazioni si possono inoltre reperire dai libri sulla storia del calcio e del Toro in particolare; se ne è parlato anche in questo blog nei “post” su Vittorio Pozzo e sul Duca degli Abruzzi.

 

Questa società fu fondata nel 1894 e svolse la sua attività fino – ovviamente – al 1906. In questi pochi anni  l’F.C. Torinese, che vestiva una casacca giallo-nera o arancio-nera (non è dato saperlo con certezza), partecipò a sette campionati (che all’epoca adottavano la formula a gironi), classificandosi una volta secondo ed una volta terzo. Nel 1900 assorbì anche l’Internazionale Torino, altra importante ed antica società di calcio, sulla quale spero di scrivere qualcosa in seguito.

 

Per ovvi motivi non credo sia facile trovare illustrazioni o foto o qualunque altro tipo d’immagine dell’F.C. Torinese. Tuttavia, cercando a lungo, sono riuscito a reperire un “pezzo” da collezione che ritengo prezioso non tanto economicamente quanto per i significati che racchiude.

 

Grazie all’aiuto fondamentale di Piero Aggradi, titolare dell’omonima libreria antiquaria di Via San Secondo a Torino, ho acquisito la “Domenica del Corriere” del 9 marzo 1902 [editoria – 33-1, 33-2, 33-3]. Questo numero della famosa rivista nell’ultima pagina di copertina contiene una splendida illustrazione di Achille Beltrame su una partita di calcio disputata il 23 febbraio 1902.

 

Chi erano i protagonisti? Ebbene, trattasi delle due squadre del Milan e dell’F.C. Torinese, che in quella data si affrontarono nell’ambito del torneo chiamato “ La Medaglia del Re”. Questa era una competizione organizzata in nome del Re Umberto I di Savoia, giocatasi solo per tre edizioni, dal 1900 al 1902, e vinta sempre dal Milan. Nell’occasione l’F.C. Torinese subì un pesantissimo passivo, perdendo addirittura 7 – 0. Non è però il risultato che conta, quanto piuttosto il coincidere di alcuni elementi che contribuiscono – nell’ottica del collezionista tifoso – a rendere questo oggetto davvero importante.

 

Anzitutto l’artista: Achille Beltrame (1871-1945), per chi non lo sapesse, è stato un pittore e soprattutto importante illustratore italiano, autore delle celebri copertine della Domenica del Corriere per molti anni. Con i suoi splendidi disegni contribuì ad accompagnare le cronache di costume, storia e società dell’Italia di mezzo secolo. Le sue tavole divennero praticamente una sorta di “marchio di fabbrica” della rivista, ed ancora oggi annoverano appassionati collezionisti.

 

Inoltre, sempre cercando sul web, ho scoperto un’altra singolarità: l’illustrazione che stiamo esaminando segnerebbe l’esordio di Beltrame nel disegno sportivo (cfr. “gli albori del giornalismo sportivo in Italia”, in http://it.encarta.msn).

Analizziamo poi i contenuti. La didascalia sotto il disegno recita:

 

IL “GIUOCO AL CALCIO” NEL TROTTER DI MILANO PER CONQUISTARE LA MEDAGLIA REALE : LA GARA FINALE TRA MILANESI E TORINESI.

(disegno dal vero di A. Beltrame)

A ben vedere, l’immagine sembra illustrare una gara di rugby piuttosto che di calcio: due gruppi d’atleti si sfidano in una specie di mischia per la conquista di un pallone che sembra più ovale che sferico; tuttavia ogni dubbio scompare allorchè – a parte la dicitura di cui sopra – si legge l’articolo all’interno del giornale, a pagina 8, che riportiamo integralmente:“Una interessante gara di giuoco al pallone.

Da tre anni le società pel giuoco del pallone coi piedi anziché colle mani – un gioco schiettamente italiano, passato poi in Inghilterra ed ivi diffusosi al punto da rientrare in Italia con nome (football) e marca inglese! – si disputavano una grande medaglia d’oro offerta dal defunto Re Umberto. Per diventarne legittimi possessori occorreva appunto vincere per tre anni consecutivi una speciale gara. Nelle prime due prove la vittoria arrise al Milan-club, che comprende giocatori lombardi e inglesi qui stabiliti. Il mese scorso il Milan-club si misurò con altri giocatori nella gara definitiva. Essa si svolse il 23 febbraio nel vasto prato del Trotter sotto un sole primaverile e davanti una gran folla di curiosi, fra cui molto eleganti signore. Nella finale i milanesi, che indossavano maglie a liste rosse e nere si trovarono di fronte i soci del Club torinese, i quali vestivano invece maglie gialle e nere. La superiorità del Milan-club apparve subito evidente, tant’è vero che i suoi componenti trionfarono guadagnando così la medaglia. La virile gara, assai divertente, fu piena di emozioni per l’audacia e la rapidità delle mosse di quei baldi giovinotti e provocò generali applausi.”.

Riassumendo, ci troviamo probabilmente di fronte al primo disegno sportivo di uno dei più importanti illustratori del ‘900, che – guarda caso – riguarda proprio la squadra progenitrice del Toro.

La descrizione della gara, con il tono schietto e semplice di uno sport ancora genuino è sicuramente affascinante; allo stesso modo è suggestivo questo oggetto nel suo insieme, che sa d’antico incanto e si lascia ammirare con il compiacimento del collezionista.

Feb 18, 2009 - Senza categoria    No Comments

GIACINTO ELLENA (prima parte)

Nel terzo fascicolo de “La storia del Torino” [editoria – 17] un articolo di Vladimiro Caminiti (per un errore di stampa firmato “Vladimiro Catunti”, ma mi pare che lo stile narrativo sia inconfondibile) descrive la figura di Cinto Ellena, simbolo del granatismo più puro, una vita trascorsa sotto le insegne del Toro. Ne riporto gli stralci più significativi:

 

“Chi non ci ha abitato vicino, chi non ha calpestato per anni lo stadio Filadelfia di Via Filadelfia a Torino, quella bella costruzione a guardar bene un po’ barocca, non può conoscere il Torino. Il Torino squadra di calcio nacque e prosperò in questo stadio e vi ebbe un lungo, incancellabile rapporto d’amore con la sua gente. Lo stadio Filadelfia come lo stadio di Bologna, appartiene ad una stagione del calcio più teatrale e più scopertamente ingenua; non si concepiva lo stadio per centomila, ma lo stadio per trenta mila … e si voleva il prato a contatto con la gente, la gente col respiro sul prato.

Chi tifava Toro era – ed è – del popolo, si sgrumava lavori duri, poteva essere uno scheletro o una scimmia o uno scorpione nelle sue fattezze anatomiche, ma una volta entrato in quel recinto si beatificava di tifo granata e diventava un uomo vero. La polemica con quelli della <goba>, più o meno interessatamente o stoltamente dilatata nel senso politico, nacque al Filadelfia. I primi derby al Filadelfia tra Torino e Juventus furono guerre di popolo.

Chi non ci ha abitato, e non ha calpestato per anni lo stadio Filadelfia, non conosce evidentemente Cinto Ellena che del Torino può considerarsi espressione ed anche simbolo. Non si deve esagerare, ma quest’uomo di media statura, col sorrisino civettuolo, che ebbe in gioventù tante avventure galanti, fu una quercia della squadra in tempi in cui i granata venivano pagati meno e sudavano di più anche perché erano peggio allenati.

Questo signor Cinto Ellena vide l’inaugurazione del Filadelfia, datata 1926, quando aveva dodici anni … inoltre ha diretto il Torino proprio nella stagione in cui ha giocato le ultime partite di serie A sul suo vecchio prato, cioè dal 1° gennaio 1963 alla fine di quel campionato…

Travestito da uomo del passato e della nostalgia, in realtà Ellena appartiene al Torino di Radice perché ci ha portato due cose, ad esempio, i due bomber. Ma parliamo con lui, diffusamente, cominciando da quel giorno del 1926, inaugurazione dello stadio Filadelfia…

<< Sì, sì. Lo stadio fu inaugurato nel 1926 con Torino-Alba Fortitudo di Roma: 4 a 2 (invece fu 4 a 0, il 17 ottobre 1926. Evidentemente il ricordo ha subito un trauma negativo. L’Alba non segnò alcun goal a Latella. Tre goal di Libonatti ed uno di Rossetti II, n.d.r.)…>>

– Cosa ricorda di quella partita?

<< Avevo dodici anni. Attorno allo stadio c’erano solo prati. Arrivarci fu una avventura per noi che stavamo alla Gran Madre di Dio. Prima, prendemmo il 21 che ci lasciò in piazza Carducci e poi il tram numero 11. Moltissimi vennero in bicicletta. Anche se lei penserà che lo dico per via dei meridionali, Torino nel 1926 era piccola ma più bella, era più tranquilla, più semplice e pulita in tutti i sensi …>>.

[CONTINUA]

Feb 15, 2009 - Senza categoria    No Comments

Novità

Ho inserito nei miei albums diverse nuove foto; particolarmente interessanti sono quelle dedicate alle spilline del Toro, una raccolta molto bella da cui è stata tratta anche la serie di cartoline riprodotte qui a fianco [cartoline – 86/97]. Inoltre sto completando il terzo album di figurine, che conterrà, come al solito, alcuni volti noti ed altri meno conosciuti. Occorrerà pazientare ancora qualche giorno, in quanto le figurine del Toro – oggetto di una vera e propria “caccia” da parte dei collezionisti torinesi – non sempre sono facilmente reperibili.

Feb 13, 2009 - Senza categoria    No Comments

BALONCIERI, LIBONATTI, ROSSETTI (il leggendario trio – terza parte).

Siamo così giunti alla terza descrizione di Alberto Fasano, quella che riguarda Adolfo Baloncieri.

 

“Eccoci ad Adolfo Baloncieri, il più forte del trio.

Il suo trasferimento dall’Alessandria al Torino costò 70 mila lire. Mai cifra risultò così ben spesa, perché Adolfo è stato un autentico fuoriclasse del calcio italiano. Cominciò la sua carriera nei ranghi alessandrini, società che fu serbatoio di campioni, la sola dove il football fu stile oltre che combattimento. < Balon > crebbe alla scuola di Smith e dei < grigi > dandole lustro, vittorie e rinomanza. I compagni facevano gioco esclusivamente su di lui, ipnotizzati dal suo valore, gli avversari non avevano occhi e calci che per lui. Fermato < Balon >, bloccata tutta la squadra: questo era diventato il credo delle compagini rivali. E Baloncieri divenne presto prigioniero di se stesso, si avvelenò di orgasmo s fu di danno più che di aiuto ai suoi.

Quando Adolfo, rullando tutti i tamburi della stampa e fischiando tutte le serpi del pettegolezzo, sfilò la maglia grigia per indossare quella granata, parve che per l’Alessandria fosse suonato il vespro. Altri, sogghignando, assicuravano che il vespro era proprio suonato per Baloncieri. Invece l’Alessandria riprese quota e Baloncieri arrivò all’apice del rendimento e della fama.

Aveva uno stile inimitabile. Lo definirono il cervello ed il tessitorie della linea d’attacco, nel Torino e nella Nazionale. Come se la palla fosse il segno breve di un suono, ed i passaggi, le finte, i dribbling, i triangoli e le altre diavolerie del gioco collettivo rappresentassero il viaggio di quel suono ideale su e giù per le righe del pentagramma, Baloncieri orchestrava la partita nel senso che la vedeva, l’intendeva e la realizzava come un tutto mobile ed articolato, plastico ed armonioso, ardente ed equilibrato.

Istinto, niente altro che istinto? Non credo. L’istinto, dono della natura, si estrinseca nel tocco della palla, nell’esattezza del tiro: doti importanti, ma insufficienti se l’intelligenza non le illumina e non le governa. L’intelligenza: ecco, la virtù più eletta di Baloncieri, quell’intelligenza che trasporta il gioco dal piano dei vividi riflessi muscolari al piano della logica artistica nella quale l’intuito e la riflessione, l’immaginazione e la furbizia, il calcolo ed il colpo d’ala, la prudenza e l’audacia, lo slancio e la freddezza si compongono in mirabile sintesi, blocco raggiante di valore.

Adolfo Baloncieri è stato sicuramente uno dei cervelli più fini, come speculazione tecnica del gioco, che siano apparsi sui campi di calcio italiani. Un atleta di schietto tipo provinciale, resistente alla fatica, tetragono ai colpi, dalla volontà caparbia. Raramente doti tecniche e fisiche si sono fuse così armonicamente come nella mezzala granata. Non era un solista: si teneva anzi lontano da ogni atteggiamento che significasse frattura dell’azione collettiva; era una leva o una ruota del meccanismo, la più importante – se volete – ma legata comunque al meccanismo. Il gioco lo pensava come una realizzazione di insieme, nulla doveva turbare l’armonia dell’azione, l’efficienza nasceva da una coordinazione di sforzi.

Esordio in granata il 4 ottobre 1925, nella già citata vittoriosa partita di Brescia; 191 presenze nel Toro, 94 reti segnate. Ben 47 partite in nazionale, con 25 gol. Della squadra azzurra < Balon > è stato in 28 partite il magnifico capitano.”.

Alberto Fasano

Feb 6, 2009 - Senza categoria    No Comments

BALONCIERI, LIBONATTI, ROSSETTI (il leggendario trio – seconda parte)

Prosegue Alberto Fasano nel suo racconto:

 “E veniamo a Rossetti. Innanzi tutto va precisato che il suo vero nome era Rosetti, con una <esse> sola: un errore dell’impiegato dell’anagrafe di La Spezia trasformò Rosetti in Rossetti, e tale è rimasto per la storia del Torino e per quella del calcio azzurro.

L’ingaggio della mezzala spezzina faceva parte di una operazione che doveva portare in maglia granata il mediano Enrico Colombari, il terzino Balacics ed il portiere Bosia. Tutto andò liscio per questi tre giocatori, mentre per Gino Rossetti ci furono inattese difficoltà, in quanto il trasferimento del giocatore, concordato dal presidente Marone con un qualificato dirigente spezzino per una cifra oscillante sulle 25 mila lire, non fu avallato dal consiglio direttivo del club ligure, malgrado le giuste rimostranze dei dirigenti torinesi e le insistenze dello stesso Rossetti.

Sfumato (così almeno sembrava…) il trasferimento a Torino, l’atletico Gino decise di fare le valigie e di raggiungere il fratello maggiore Giuseppe, da tempo giocatore del Valparaiso e preparatore della formazione cilena che avrebbe partecipato alle Olimpiadi di Amsterdam del 1928.

Allora i dirigenti liguri ritornarono sulle loro decisioni, piuttosto che perdere il giocatore senza incassare alcuna cifra del trasferimento.

Quando i dirigenti di La Spezia presero la decisione di trasferire Rossetti al Torino, il giocatore si trovava già a Genova in attesa dell’imbarco. Come fare a rintracciare il giocatore? Resta ancora oggi da stabilire come riuscì il portiere Latella, scaraventato dai dirigenti granata sul primo treno per Genova a Rintracciare in piena notte Gino Rossetti in un alberghetto del porto ed a portarlo a Torino. Un’avventura a dir poco rocambolesca.

Con la maglia granata Rossetti esordì il 3 ottobre 1926 a Livorno, dove gli uomini di Magnozzi sconfissero il Toro per 2 a 1: fu proprio Rossetti a segnare la rete per i granata. In quel campionato la mezzala realizzò 19 reti, passando poi a 23 nella stagione successiva ed a 38 nella terza stagione disputata nel Torino. Il suo rendimento fu sempre ad altissimo livello.

Gino era un giocatore di rara potenza, ma, benché dotato di enormi masse muscolari, possedeva una incredibile agilità, un dribbling diabolico, una velocità di esecuzione addirittura strabiliante. Anche nella squadra azzurra seppe dare un apporto sovente decisivo: esordì (con una rete stupenda) in occasione della larga vittoria (5 a 1) ottenuta dall’Italia a Ginevra contro la Svizzera ; conquistò in tutto 13 gettoni di presenza, segnando 9 reti”.

[CONTINUA]

Feb 4, 2009 - Senza categoria    No Comments

I SOLITI IGNOTI (II)

Proseguiamo nella galleria dei volti meno noti tra i calciatori granata di sempre.

Teneggi Luciano [figurine II – 75], difensore, giocò nel Toro dal 1962 al 1966, collezionando in granata 20 presenze in campionato, senza reti.

Bacci Giancarlo [figurine II – 5], attaccante, disputò nel Torino i campionati dal 1954 al 1958, con 69 presenze e 27 reti. Centravanti piuttosto prolifico, giocò in ben dieci squadre diverse, segnando un centinaio di reti. Fu anche campione d’Italia con il Milan nel campionato 1958-59.

Pellis Antonio [figurine II – 49], disputò nel Toro le stagioni dal 1954 al 1960, mettendo insieme 54 presenze in campionato, condite da 9 reti.

Saralegui Marcelo [figurine II – 68], centrocampista, disputò nel Toro 2 sole partite di campionato pur essendo rimasto in organico dal 1992 al 1994, senza segnare reti. Come componente della rosa risulta comunque che abbia vinto la coppa Italia dell’annata 1992-93.

Feb 4, 2009 - Senza categoria    No Comments

grazie…

Ringrazio Gilberto per i suoi apprezzamenti al  mio post su Libonatti; è faticoso impegnarsi con assiduità in questo blog, ma lo faccio con passione, ed i complimenti dei visitatori mi ricompensano delle ore di sonno lasciate per strada…

 

Feb 3, 2009 - Senza categoria    2 Comments

BALONCIERI, LIBONATTI, ROSSETTI (il leggendario trio)

La storia del Torino a fascicoli continua ad essere fonte di interessanti digressioni sui giocatori del passato. Il fascicolo n. 3 [editoria – 17] contiene i ritratti di tre autentici fuoriclasse degli anni ‘20, che ebbero l’unico torto di aver vissuto in tempi lontani, e di aver calcato i campi di gioco prima che l’epopea del Grande Torino oscurasse persino i suoi più illustri predecessori; sicuramente anche giocando con quei campioni, i nostri tre non avrebbero sfigurato, anzi. Un vero peccato che la mancanza della televisione e dei moderni mezzi di comunicazione abbia impedito di conservare testimonianza delle loro grandi qualità tecniche ed agonistiche.

Stiamo parlando di Adolfo Baloncieri [figurine – 4], Julio Libonatti [figurine – 68] e Gino Rossetti [figurine 101], che costituirono dal 1925 al 1929 l’ossatura del gioco d’attacco del Torino e della nazionale.

Alberto Fasano nel suo articolo li dipinge a vividi colori. E’ una descrizione che riassume la loro personalità e le loro doti tecniche, e si legge con piacere ed interesse. Cominciamo con Libonatti.

 “…Siamo nel 1925. Il fervore organizzativo apriva nel Torino la visione a nuove prospettive. Il club presieduto dal conte Marone necessitava di un preciso programma di rinnovamento. Si erano ritirati dalla scena Bachmann, il fratelli Mosso, Valobra e Capra, fra le figure più rappresentative. Si trattava innanzi tutto di trovare gli elementi idonei a ricoprire certi ruoli rimasti vacanti e bisogna peraltro ricordare che i trasferimenti di un certo rilievo trovavano strenua opposizione. La società che aveva la fortuna di poter contare su elementi locali di valore, si guardava bene dal privarsene. D’altra parte la figura del calciatore non era giuridicamente ben definita. Dilettante o professionista?

La soluzione venne trovata con una scappatoia che eludeva l’una e l’altra qualifica: non dilettante. La figura del calciatore rimase da allora per tanto tempo avulsa da qualsiasi veste giuridica. Per ovviare alle richieste abusive delle società per la cessione di certi giocatori, il Torino aveva pensato di ricorrere al mercato sudamericano. La convenzione che consentiva ai figli di italiani di fruire della doppia nazionalità forniva la possibilità di alcuni interessanti tesseramenti.

Così arrivò in maglia granata Julio Libonatti, nato da genitori italiani il 5 luglio 1901 a Rosario di Santa Fé. Il popolare <Libo>, giocatore furbo, estroso, tecnicamente ineccepibile, fu il primo oriundo a vestire la maglia azzurra della nazionale, nella quale disputò diciassette partite, realizzando ben 15 goal.

Nel famoso trio granata, Julio Libonatti (che esordì il 4 ottobre 1925 a Brescia, dove il Toro vinse per 4 a 3) rappresentò la scuola ed il gioco brioso, funambolico ma pratico, del calcio argentino; aveva uno spiccatissimo senso del goal, ma la sua fervida intelligenza tattica gli consentiva di offrire spettacolosi palloni da rete ai due interni, specialmente a Rossetti.

Fuori dal campo Julio era un tipo spassoso, sempre allegro, pronto allo scherzo, amante della bella vita, delle donne e dell’eleganza. Per vestirsi e per indossare splendide camicie di seta spendeva grosse somme; non seppe mai mettere da parte i molti quattrini che guadagnò negli anni in cui giocò in Italia, cosicché gli dovettero addirittura pagare il biglietto della nave quando decise di far ritorno in Argentina…

In nazionale Libonatti esordì il 28 ottobre 1926 a Praga, in occasione della partita con la Cecoslovacchia , ma va ricordato che una maglia azzurra <non ufficiale> l’aveva già indossata a Stoccolma il 20 luglio di quello stesso anno, nella partita amichevole di una <Rappresentativa> italiana contro la <Rappresentativa> di Stoccolma…”.

[CONTINUA]