Feb 13, 2009 - Senza categoria    No Comments

BALONCIERI, LIBONATTI, ROSSETTI (il leggendario trio – terza parte).

Siamo così giunti alla terza descrizione di Alberto Fasano, quella che riguarda Adolfo Baloncieri.

 

“Eccoci ad Adolfo Baloncieri, il più forte del trio.

Il suo trasferimento dall’Alessandria al Torino costò 70 mila lire. Mai cifra risultò così ben spesa, perché Adolfo è stato un autentico fuoriclasse del calcio italiano. Cominciò la sua carriera nei ranghi alessandrini, società che fu serbatoio di campioni, la sola dove il football fu stile oltre che combattimento. < Balon > crebbe alla scuola di Smith e dei < grigi > dandole lustro, vittorie e rinomanza. I compagni facevano gioco esclusivamente su di lui, ipnotizzati dal suo valore, gli avversari non avevano occhi e calci che per lui. Fermato < Balon >, bloccata tutta la squadra: questo era diventato il credo delle compagini rivali. E Baloncieri divenne presto prigioniero di se stesso, si avvelenò di orgasmo s fu di danno più che di aiuto ai suoi.

Quando Adolfo, rullando tutti i tamburi della stampa e fischiando tutte le serpi del pettegolezzo, sfilò la maglia grigia per indossare quella granata, parve che per l’Alessandria fosse suonato il vespro. Altri, sogghignando, assicuravano che il vespro era proprio suonato per Baloncieri. Invece l’Alessandria riprese quota e Baloncieri arrivò all’apice del rendimento e della fama.

Aveva uno stile inimitabile. Lo definirono il cervello ed il tessitorie della linea d’attacco, nel Torino e nella Nazionale. Come se la palla fosse il segno breve di un suono, ed i passaggi, le finte, i dribbling, i triangoli e le altre diavolerie del gioco collettivo rappresentassero il viaggio di quel suono ideale su e giù per le righe del pentagramma, Baloncieri orchestrava la partita nel senso che la vedeva, l’intendeva e la realizzava come un tutto mobile ed articolato, plastico ed armonioso, ardente ed equilibrato.

Istinto, niente altro che istinto? Non credo. L’istinto, dono della natura, si estrinseca nel tocco della palla, nell’esattezza del tiro: doti importanti, ma insufficienti se l’intelligenza non le illumina e non le governa. L’intelligenza: ecco, la virtù più eletta di Baloncieri, quell’intelligenza che trasporta il gioco dal piano dei vividi riflessi muscolari al piano della logica artistica nella quale l’intuito e la riflessione, l’immaginazione e la furbizia, il calcolo ed il colpo d’ala, la prudenza e l’audacia, lo slancio e la freddezza si compongono in mirabile sintesi, blocco raggiante di valore.

Adolfo Baloncieri è stato sicuramente uno dei cervelli più fini, come speculazione tecnica del gioco, che siano apparsi sui campi di calcio italiani. Un atleta di schietto tipo provinciale, resistente alla fatica, tetragono ai colpi, dalla volontà caparbia. Raramente doti tecniche e fisiche si sono fuse così armonicamente come nella mezzala granata. Non era un solista: si teneva anzi lontano da ogni atteggiamento che significasse frattura dell’azione collettiva; era una leva o una ruota del meccanismo, la più importante – se volete – ma legata comunque al meccanismo. Il gioco lo pensava come una realizzazione di insieme, nulla doveva turbare l’armonia dell’azione, l’efficienza nasceva da una coordinazione di sforzi.

Esordio in granata il 4 ottobre 1925, nella già citata vittoriosa partita di Brescia; 191 presenze nel Toro, 94 reti segnate. Ben 47 partite in nazionale, con 25 gol. Della squadra azzurra < Balon > è stato in 28 partite il magnifico capitano.”.

Alberto Fasano

BALONCIERI, LIBONATTI, ROSSETTI (il leggendario trio – terza parte).ultima modifica: 2009-02-13T11:55:00+00:00da libellus1
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