Archive from giugno, 2009
Giu 30, 2009 - Senza categoria    No Comments

IL GIUOCO DEL CALCIO

Recentemente ho reperito un bel volumetto scritto da Mario Zappa, pubblicato nel 1941 da “La Gazzetta dello sport”, ed intitolato “Il giuoco del calcio insegnato ai giovani” [editoria – 74]. Nelle prima pagine illustra la storia di questo sport in Italia ed all’estero sin dalle origini, e poi si sofferma sull’allenamento, sulla tecnica individuale, sulla tattica e – in breve – sui regolamenti della Federazione.

Sono poco più di cento pagine da leggere in una sola serata. Le illustrazioni sono poche, ma in una foto (purtroppo molto piccola) è raffigurata un’azione di gioco di un Milan-Torino dell’epoca.

E’ invece interessante per noi la ricostruzione delle origini del calcio in Italia fatta dall’autore, perché riguarda il Toro molto da vicino:

“Naturalmente anche da noi sono inglesi qui residenti per ragioni di lavoro o di negozio, oppure italiani o stranieri che già avevano praticato il calcio a contatto con le scuole inglesi, i creatori del nuovo verbo…

C’è gran discussione fra Torino e Genova per stabilire quale delle due abbia visto per prima rimbalzare un pallone di cuoio trattato a calci e quale delle due abbia per prima ospitato una squadra di calcio…

In verità è sicuro che già nel 1887 a Torino Edoardo Bosio aveva sottomano una squadra di calcio formata da impiegati (inglesi) della locale filiale di una casa inglese ed è di poco tempo dopo la creazione di una seconda squadra torinese, detta dei nobili, che aveva fra i soci S. A. R. il Duca degli Abruzzi, Nasi, il marchese Ferrero e altri personaggi di calibro. Le due squadre gareggiano fra di loro e spesso fanno capatine a Genova per misurarsi coi marinai delle navi inglesi di transito in quel porto. Nel 1890 i due gruppi torinesi si fondono col nome di Internazionale F.C. Nel 1894 sorge un’altra << Società torinese >> sotto la presidenza del Duca degli Abruzzi. E così di fusione in fusione si sarebbe arrivati all’attuale << Torino >> che si considera il discendente diretto di quei primi nuclei e pertanto la più antica società calcistica d’Italia.

Ma i genovesi contestano che i documenti successori siano in perfetta regola e ostentano persino nella denominazione sociale il loro atto di nascita: << Genova 1893 >>, arrivato per direttissima, senza soluzioni di continuità e senza fusioni deformatici, fino ai giorni nostri. Veramente alla sua costituzione si chiamava << Genoa Cricket and Athletic Club >> ed era di marca prettamente inglese. Solo più tardi ammise nel suo seno soci giocatori di nazionalità italiana, in numero non maggiore di cinquanta”.

Giu 28, 2009 - Senza categoria    No Comments

IL PASSAGGIO DAL “METODO” AL “SISTEMA” seconda parte

Nei giorni scorsi ho avuto poco tempo da dedicare al blog. Riprendo ora con il racconto di Lo Presti:

“Una storica decisione, dunque, venne presa nella notte del mercoledì successivo ad una sconfitta con la Juventus (0 – 3), inevitabile epilogo di una partenza incerta ed impacciata del Torino.

<< Dopo le prime quattro giornate di campionato – racconta Felice Borel – eravamo nella parte bassa della classifica, con soli 4 punti. Ed all’8° perdemmo nettamente il derby. Per la terza volta il comm. Novo, dopo aver creduto di essere riuscito a gettare le basi della grande squadra che sognava, cominciava a temere di andare incontro, amaramente, ad un fallimento. Eppure io ero fermamente convinto che gli uomini per formare un grossa squadra c’erano. Tutti i problemi nascevano dal fatto che eravamo utilizzati male, che il modulo di gioco adottato non era quello che meglio si confaceva ai nostri mezzi. Sicche appena Novo, dopo il disastro del derby, decise che bisognava fare qualcosa e – al corrente delle mie idee – mi invitò ad un colloquio nel corso del quale potessi suggerirgli qualche possibile via d’uscita, io colsi con entusiasmo la palla al balzo. All’ultimo momento il commentatore spostò il luogo dell’incontro da casa sua alla sede di  via Alfieri. Ed io lo raggiunsi insieme con il mio amico Roberto Copernico.

Intorno ad un tavolo, esposi subito le mie idee. Ero fermamente convinto – continua Felice Borel – che solo un’impostazione errata, un modulo di gioco ormai superato come il vecchio metodo ci avesse ridotti a quel munto. Ed ero certo inoltre che avevamo gli uomini adatti per passare al sistema. La nuova tattica di origine inglese era ancora poco conosciuta in Italia. La prima formazione istemista esibitasi su un nostro campo era stata la Nazionale inglese che aveva pareggiato a S. Siro (2 – 2) nel maggio del 1939, grazie all’ormai quasi storico gol di pugno segnato artatamente da Piola…

Quella sera ebbi modo di intrattenermi a lungo con Mr. Whitaker, l’allenatore degli inglesi, il quale mi spiegò come nel suo paese il sistema avesse ormai soppiantato il metodo.

E me ne illustrò dettagliatamente e appassionatamente i canoni, lo spirito e le finalità. Mi spiegò, soprattutto, come esso assicurasse una miglior distribuzione dei compiti e della fatica tra i giocatori…Ance alcuni giornalisti all’avanguardia, in Italia, erano stati già conquistati dalla causa del sistema. Mi riferisco a Fulvio Bernardini ed a << Carlin >> Bergoglio. Fra i tecnici, invine, Beppe Galluzzi era stato fra i primi a tentare, con la sua Fiorentina….

Quella notte, in via Alfieri, discutemmo fino alle tre e mezzo del mattino. Ma riuscimmo a dirci un po’ tutto. Confortato dalla mia ferma convinzione e dall’alleanza ideologica con Copernico, illustrai a Novo tutti i particolari della trasformazione: la posizione che ogni giocatore avrebbe dovuto assumere, i compiti che gli sarebbero stati affidati, la maniera in cui ognuno avrebbe dovuto comportarsi nei confronti dell’avversario diretto (era questa l’innovazione più sostanziosa), come avrebbe dovuto marcarlo e a sua volta smarcarsene. Alla fine il commendatore, con uno dei colpi di quello straordinario intuito che lo ha sempre sorretto e che era uno dei segreti dei suoi successi di dirigente, decise di adottare il sistema.

All’indomani, prima della partitella infrasettimanale di allenamento, Novo si sostituì praticamente all’allenatore Cargnelli (che presto avrebbe rimpiazzato con Kutik). Dopo che ci era stata comunicata la formazione, il presidente parlò a tutti noi per oltre un’ora, impostando praticamente sul piano tecnico e su quello tattico il primo Torino sistemista. Era il pomeriggio del 18 dicembre 1941…

Il Torino sistemista trovò nella notevole prontezza con cui Giacinto Ellena recepì un messaggio che per lui non era peraltro completamente nuovo, una delle chiavi dell’immediato successo. Ai suoi fianchi i terzini Piacentini ed Osvaldo Ferrini si adattarono altrettanto velocemente al marcamento ad uomo. Cadario, Baldi, il povero Patron e Felice Borel assunsero, ai quattro vertici del quadrilatero di centrocampo, le funzioni del reparto-motore della squadra, di cui formarono il cuore ed il cervello. Facevano filtro in zona arretrata e fornivano alle tre punte – Menti II, Gabetto e Ferraris II (al quale cominciava ad insidiare il posto il giovanissimo Ossola) – le sollecitazioni per le azioni offensive e, a turno, una concreta collaborazione in fase di conclusione. A questo punto la squadra destinata a entrare nella leggenda cominciava a prendere corpo, la sua fisionomia a delinearsi attraverso contorni sempre più nitidi”.

 

Giu 20, 2009 - Senza categoria    No Comments

I SOLITI IGNOTI (IV)

Santelli Sergio, nato a Roma nel 1933, ala sinistra, disputò nel Toro solo le annate 1957-58 e 1959-60, collezionando 30 presenze in campionato, condite da sei reti. Terminò la sua carriera nel Lecce, dopo aver indossato anche le casacche di Roma, Triestina e Cagliari [figurine III – 48].

Orlando Alberto, nato a Roma nel 1938 [figurine V – 45], cresciuto nella squadra giallorossa ed ala di buone capacità realizzative, giocò in granata la stagione 1965-66, con 25 presenze in campionato e 5 reti. Giocò anche con Roma, Messina, Napoli e Fiorentina, segnando un’ottantina di reti tra serie A e B. Ha concluso l’ottima carriera nella Spal, ed è stato cinque volte nazionale.

Merighi Rubens, centrocampista di nazionalità argentina [figurine V – 40], ha fatto una fugace apparizione nel Toro nella stagione 1967-68, con una sola presenza in campionato e due in Coppa Italia. Per il resto, ha giocato diversi anni nel Modena, segnando con i canarini una trentina di reti.

Giu 15, 2009 - Senza categoria    1 Comment

IL PASSAGGIO DAL “METODO” AL “SISTEMA” (prima parte)

Uno dei libri più facilmente reperibili sul Toro (ma non per questo meno interessante) è “Profondo granata” di Salvatore Lo Presti, edito da Sargraf nel 1976.

Con uno stile agile e godibile ma nello stesso tempo con grande dovizia di particolari, il giornalista narra la storia del Torino calcio dalle origini sino all’ultimo scudetto, passando per il primo titolo, il Grande Torino, i “ruspanti” anni ’50 e ’60.

Apprezzabili gli aspetti di tattica calcistica, sono da leggere con piacere anche i ritratti umani che emergono a tratti rapidi tra statistiche, numeri e cronaca.

Nelle prime pagine vi si narra come il Grande Torino avesse abbandonato il cosiddetto “metodo” per giocare con il “sistema” inventato in Inghilterra.

Infatti nel giugno del 1925 l’International Football association Board (IFAB), deputata a stilare ed eventualmente cambiare le regole del gioco del calcio, aveva modificato la disciplina del fuorigioco, passando da quello cosiddetto “a 3 uomini” a quello a 2. In altre parole, se prima, affinché un giocatore fosse in gioco, al momento del passaggio doveva avere davanti a sé tre giocatori, con questa correzione ne erano sufficienti solo due (normalmente un difensore ed il portiere). In questo contesto l’allenatore dell’Arsenal Herbert Chapman pensò di retrocedere il centromediano in difesa, in modo da poter far fronte alla superiorità numerica degli attaccanti, assumendo compiti difensivi di marcatura sul centravanti avversario. In buona sostanza era nato lo stopper.

In Italia tuttavia il “metodo” resistette per diverso tempo, adottato da subito solo dal Genoa e dopo pochi anni proprio dal Toro.

Il passaggio tra le due tattiche di gioco ebbe un protagonista davvero singolare: lo “juventino” Felice “farfallino” Borel, grande protagonista del “quinquennio” juventino, giunto al Toro nel 1941 e rimasto in granata solo una stagione, per poi tornare in maglia bianconera. Allenatore per quella stagione era Roberto Copernico.

Racconta Lo Presti:

“<< Il passaggio dal metodo al sistema – racconta Roberto Copernico – fu laborioso e difficile. Il cambiamento era poco meno che rivoluzionario e doveva scatenare polemiche violentissime, destinate a placarsi, prima di spegnersi definitivamente, soltanto dopo una decina di anni. Ci volle del coraggio per assumere l’importante decisione, anche perché i primi tentativi in Italia non avevano riscosso molti consensi ed i risultati erano stati contraddittori. Felice Borel era comunque un assertore entusiasta della nuova tattica adottata da tempo, e con successo, dagli Inglesi. E ben presto mi convinse e mi contagiò del suo entusiasmo. Il rischio maggiore sembrava quello che poteva derivare da certi marcamenti. Si pensava, per esempio, che piazzare i due terzini sulle ali potesse creare un gran << buco >> al centro della retroguardia, che lasciasse troppo spazio ai centravanti ed alle mezzali avversarie. Alla fine, dopo tanti tentennamenti, decidemmo di provare, convinti di essere sulla strada giusta >>…

[CONTINUA]

Giu 8, 2009 - Senza categoria    No Comments

Figurine v


Giu 3, 2009 - Senza categoria    No Comments

QUANDO I GIOCATORI STAVANO TRA LA GENTE

Nel n. 1 della raccolta “Torino, il mito e i campioni” [editoria – 41] un articolo di Nello Pacifico racconta brevemente lo stile di vita dei divi del pallone di un tempo. Uno spaccato di costume suggestivo interessante e sul quale ovviamente ci si può e deve soffermare a riflettere.

“Può bastare l’immagine di quelle donne inginocchiate mentre in piazza Castello sfilano le bare di quei poveri morti per significare la popolarità del Grande Torino?

Forse no. In quel pomeriggio, però, quando il trimotore squarciò quelle maledette nubi e si schiantò contro il terrapieno di Superga, piovvero le prime parole dei cronisti e dei poeti sulle pagine intonse di questa moderna leggenda e il Torino cominciò a diventare…Grande.

La popolarità del Torino era essenzialmente dovuta alla popolarità del calcio, così come all’ombra di tutti i nostri campanili, ma qui, da queste parti, la novella << fede >> nutriva una voglia di riscatto nei confronti della squadra degli Agnelli (Anche quest’aspetto contò in quegli anni) che aveva collezionato, come a biliardo, un filotto di cinque scudetti.

Non solo. La ruggine che si era appiccicata teneva in memoria la ferita per quello scudetto revocato, una ferita sulla quale era stato cosparso altro sale con il perdono ammannito solo al giocatore corrotto della Juve (Allemandi) e non al Toro.

La popolarità allora era un’altra cosa. Chi non conosce oggi la faccia di Del Piero? Le tv non hanno risparmiato nessuno, ma in quanti l’hanno visto da vicino? Allora i giocatori (non solo a Torino, ovviamente) vivevano in mezzo alla gente: a piedi, quelli del Torino raggiungevano il Caffè Fiorio sotto i portici di corso Vittorio e si portavano appresso un grappolo vociante di tifosi, e i non tifosi non si sentivano estranei, non invitati alla festa, e non consideravano, come ora, i giocatori solo dei miliardari. Aveva (1946) timidamente fatto capolino la Sisal (l’invenzione di Massimo Della Pergola) ma il calcio non tendeva ancora a quotarsi in Borsa e i dirigenti dello sport in genere erano pensati come uomini dabbene.

Era stato quel matto di Gabetto a inventare la sfida alle bocce che si svolse sui campi di un’osteria (adesso al suo posto, c’è un ristorante cinese e sui campi, come in via Gluk, hanno versato una cascata di cemento). Gabetto aveva prestato servizio militare al 92° Fanteria, il reggimento del Principe di Piemonte, presso la caserma Monte Grappa in corso IV Novembre, e quando dalla Juventus passò al Torino questo suo << tradimento >> fu accettato come il ritorno del figliol prodigo. Simpatico, giocherellone, peccato che fosse della Juventus. In quella primavera del ’43, con la popolazione stremata dalla guerra, il Torino, sotto la guida di Tonino Janni, aveva conquistato quello che sarebbe stato il primo dei cinque scudetti (un filotto come la Juve!) e in quei giorni di maggio Gabetto organizzò la grande sfida. L’attacco delle meraviglie era al completo (solo Ferraris II al posto di Ossola) e c’era Grezar; tra gli invitati juventini i fratelli Sentimenti, Depetrini e Ugo Locatelli, che abitava in via Torricelli, vicino a Valentino Mazzola. Pane e salame per tutti (anche per i tifosi che erano corsi ad assistere) e l’insaccato l’aveva fornito il suocero di Janni (in quei giorni il salame era come oggi il caviale). Vinse la coppia Mazzola-Mongero (una vecchia gloria granata, grande giocatore alle bocce) e quell’accoppiamento fu il vantaggio concesso a Valentino, in premio per quel suo gol messo a segno a Bari, nell’ultima partita che aveva consentito ai granata di distanziare il Livorno di un punto”.

Nello Pacifico