Giu 3, 2009 - Senza categoria    No Comments

QUANDO I GIOCATORI STAVANO TRA LA GENTE

Nel n. 1 della raccolta “Torino, il mito e i campioni” [editoria – 41] un articolo di Nello Pacifico racconta brevemente lo stile di vita dei divi del pallone di un tempo. Uno spaccato di costume suggestivo interessante e sul quale ovviamente ci si può e deve soffermare a riflettere.

“Può bastare l’immagine di quelle donne inginocchiate mentre in piazza Castello sfilano le bare di quei poveri morti per significare la popolarità del Grande Torino?

Forse no. In quel pomeriggio, però, quando il trimotore squarciò quelle maledette nubi e si schiantò contro il terrapieno di Superga, piovvero le prime parole dei cronisti e dei poeti sulle pagine intonse di questa moderna leggenda e il Torino cominciò a diventare…Grande.

La popolarità del Torino era essenzialmente dovuta alla popolarità del calcio, così come all’ombra di tutti i nostri campanili, ma qui, da queste parti, la novella << fede >> nutriva una voglia di riscatto nei confronti della squadra degli Agnelli (Anche quest’aspetto contò in quegli anni) che aveva collezionato, come a biliardo, un filotto di cinque scudetti.

Non solo. La ruggine che si era appiccicata teneva in memoria la ferita per quello scudetto revocato, una ferita sulla quale era stato cosparso altro sale con il perdono ammannito solo al giocatore corrotto della Juve (Allemandi) e non al Toro.

La popolarità allora era un’altra cosa. Chi non conosce oggi la faccia di Del Piero? Le tv non hanno risparmiato nessuno, ma in quanti l’hanno visto da vicino? Allora i giocatori (non solo a Torino, ovviamente) vivevano in mezzo alla gente: a piedi, quelli del Torino raggiungevano il Caffè Fiorio sotto i portici di corso Vittorio e si portavano appresso un grappolo vociante di tifosi, e i non tifosi non si sentivano estranei, non invitati alla festa, e non consideravano, come ora, i giocatori solo dei miliardari. Aveva (1946) timidamente fatto capolino la Sisal (l’invenzione di Massimo Della Pergola) ma il calcio non tendeva ancora a quotarsi in Borsa e i dirigenti dello sport in genere erano pensati come uomini dabbene.

Era stato quel matto di Gabetto a inventare la sfida alle bocce che si svolse sui campi di un’osteria (adesso al suo posto, c’è un ristorante cinese e sui campi, come in via Gluk, hanno versato una cascata di cemento). Gabetto aveva prestato servizio militare al 92° Fanteria, il reggimento del Principe di Piemonte, presso la caserma Monte Grappa in corso IV Novembre, e quando dalla Juventus passò al Torino questo suo << tradimento >> fu accettato come il ritorno del figliol prodigo. Simpatico, giocherellone, peccato che fosse della Juventus. In quella primavera del ’43, con la popolazione stremata dalla guerra, il Torino, sotto la guida di Tonino Janni, aveva conquistato quello che sarebbe stato il primo dei cinque scudetti (un filotto come la Juve!) e in quei giorni di maggio Gabetto organizzò la grande sfida. L’attacco delle meraviglie era al completo (solo Ferraris II al posto di Ossola) e c’era Grezar; tra gli invitati juventini i fratelli Sentimenti, Depetrini e Ugo Locatelli, che abitava in via Torricelli, vicino a Valentino Mazzola. Pane e salame per tutti (anche per i tifosi che erano corsi ad assistere) e l’insaccato l’aveva fornito il suocero di Janni (in quei giorni il salame era come oggi il caviale). Vinse la coppia Mazzola-Mongero (una vecchia gloria granata, grande giocatore alle bocce) e quell’accoppiamento fu il vantaggio concesso a Valentino, in premio per quel suo gol messo a segno a Bari, nell’ultima partita che aveva consentito ai granata di distanziare il Livorno di un punto”.

Nello Pacifico

QUANDO I GIOCATORI STAVANO TRA LA GENTEultima modifica: 2009-06-03T15:23:26+00:00da libellus1
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