Archive from giugno, 2010
Giu 25, 2010 - Senza categoria    1 Comment

BEARZOT, UN DURO DAL CUORE TENERO

Sempre su “Toro, il mito e i campioni” [editoria I – 42], viene descritta la figura di Enzo Bearzot, che molto ha dato al Toro e non sempre è stato ricordato come in realtà sarebbe stato doveroso.

Vecio. Non lo è diventato da citì, lo era già quando giocava. Enzo Bearzot è uno nato…vecchio, un uomo temprato dalla vita che ha trasferito valori antichi, valori veri, nella professione di calciatore e poi in quella di allenatore. Lui, la vocazione del << conducator >> ce l’aveva nel suo dna. E la fascia che portò a lungo nel Toro degli anni bui, quelli del dopo Superga, della prima retrocessione in serie B e poi della risalita immediata., fino all’avvento di Nereo Rocco sulla panchina granata, fece di questo friulano tutto d’un pezzo il capitano per antonomasia. Furono ben dodici, anche se spezzate, le stagioni torinesi di Bearzot, prima come giocatore e poi come tecnico della << De Martino >> e collaboratore di Rocco e, infine, di Edmondo Fabbri che determinò il suo divorzio definitivo dal Toro per dei sospetti, rivelatisi infondati, di aver dato informazioni tattiche sulla squadra granata al Paron Nereo Rocco, tornato al Milan, in occasione della sfida con i rossoneri.

A conferirgli i gradi non fu solo l’anzianità di servizio in maglia granata, ma la personalità schietta, forgiata da ragazzo nel collegio dei salesiani di Gorizia e dalla lettura delle odi di Orazio, poi completata dalla passione per il calcio (unita a quella per la musica jazz, in particolare il dixieland) che lo portò a girovagare da un capo all’altro dell’Italia, dalla Pro Gorizia all’Inter, dall’Inter al Catania (in serie B), dal Catania al Torino, dal Torino ancora all’Inter e poi di nuovo in maglia granata, quella con cui chiuse la carriera. Una carriera lunga, tormentata, fatta di pane duro.

Nel gioco con il quadrilatero, Bearzot ricopriva il ruolo di mediano. Non era un campione, ma sapeva come fermare i fuoriclasse, Incontrista granitico, corretto e leale, si impose come sagace e coriaceo difensore, dapprima francobollatore delle mezzali di lusso, dei fantasisti, poi, in conclusione di carriera, come libero ricco di esperienza. E alle spalle della difesa potè prolungare sino a 37 anni l’attività agonistica.

Aveva una faccia da pugile, per quel naso deformato da due fratture subite nelle mischie sotto porta quando, sui calci d’angolo, si buttava a capofitto nell’area avversaria ribollente per sfruttare la sua elevazione. Era un vero cuore Toro in campo, ma anche un cuore tenero fuori. E, per il suo modo di essere, era diventato uno dei beniamini del Filadelfia.

Una presenza in Nazionale A a Budapest contro l’Ungheria. Marcò Puskas, un Maratona ante litteram. Gli azzurri persero 2-0 e Bearzot si distinse per aver almeno limitato il raggio d’azione del Colonnello, ma in Nazionale non ci tornò più, prendendosi però la rivincita nel migliore dei modi, da citì campione del mondo.

Tra i suoi avversari più illustri ci fu Omar Sivori, nei derby infuocati. Si vanta di non aver mai subito un tunnel dal Cabezòn argentino. Ed è il suo fiore all’occhiello”.

Bruno Bernardi.

 

Giu 19, 2010 - Senza categoria    No Comments

LA FASCIA AL BRACCIO (seconda parte)

Continua la carrellata sui grandi capitani granata.

Dopo Superga, per quattro partite (contro i pari età di Fiorentina, Genoa, Samp e Palermo) ha portato la fascia al braccio Antonio Giammarinaro, nato a Kamanlif in Tunisia il 27 ottobre 1931. Fra i << ragazzi >> del Toro che sognavano di emulare un giorno gli assi sfracellatisi contro il muraglione della Basilica – e che disputarono in loro vece il finale del campionato – Giammarinaro portava la maglia numero dieci di capitan Valentino.

Nella successiva stagione ’49-50, che Ferruccio Novo cercava di affrontare con una squadra improvvisata più che inventata, dei babies restavano nella rosa solo in pochi. E la fascia di capitano toccava a Riccardo Carappellese, foggiano di Cerignola cresciuto nelle squadre giovanili del Torino senza mai vestire dopo la maglia granata. A ventisette anni gli toccava questa, in un momento amaro e delicato, assieme al ruolo di leader. Ferruccio Novo l’aveva chiesto al Milan, e ottenuto.

La storia del Toro entrava in un momento tormentato, come quelli di ogni ricostruzione. Difficile rifare una squadra che era parsa a lungo perfetta, arduo trovare uomini in grado di guidarla sul terreno, durante il gioco. Già tanto se si trovavano tipi duri come capitan Raffaele Cuscela tarantino tosto, che dopo un lungo girovagare trovava nei sei anni in granata il periodo migliore della carriera. Dopo di lui, Enzo Bearzot dava al Toro cuore, passione, voglia di lottare. Ne era a lungo la bandiera. Suoi i meriti maggiori del pronto ritorno in A nella stagione ’59-60.

Cuore e voglia di lottare li ereditava, per sollecitarli ancora, un atro capitano storico: Giorgio Ferrini. Lo ricorderanno queste pagine: la sua vita di grande atleta, la sua prematura scomparsa. Il testimone granata passava poi dal ruolo battagliero di Ferini a quello altrettanto grintoso ma diverso di Claudio Sala. Che dava al ruolo di capitano un significato particolare. La sua battaglia era nel battere l’avversario non con il tackle, ma con il dribbling. E con il cross da gol per Pulici e Graziani.

Il poeta del gol ha passato la fascia a Renato Maccarelli. Zac per noi resta lui, malgrado Zaccheroni. E malgrado René le Beau, il Bel Renato, abbia guadagnato cifre di libelli molto meno coinvolgenti. Sala e Zac hanno lasciato nei tifosi profonde nostalgie. Come capitan Cravero, libero e sostegno della squadra in tante difficoltà. La sua fascia bianca che accompagna il corpo a chiudere la strada a un attaccante che punta al gol. E come Fusi altro ottimo leader, uomo di cervello più che di gambe, ancora ultima barriera davanti al portiere. E adesso? Adesso Lentini che il gol lo cerca, soprattutto aiuta a cercarlo. Un capitano diverso. Con la passione di chi l’ha preceduto non solo nel tempo, ma nella storia del Toro”.

Bruno Perucca

Giu 15, 2010 - Senza categoria    No Comments

LA FASCIA AL BRACCIO (prima parte)

La storia del Toro è ricca di personaggi carismatici, che per anni hanno vestito la casacca granata e portato la fascia di capitano, diventando protagonisti di suggestive storie di vita e di calcio. Un capitolo de “Toro, il mito e i campioni” ne racconta le gesta [editoria I – 42].

Dalla grande porta della Voigt, birreria del centro dove quattro anni prima era stato fondato il Torino, nell’autunno del 1910 entrò un ragazzone alto, fisico da rugbista, baffi folti, passo deciso, sorriso aperto. Era Enrico Bachmann I (Adolfo, il fratello, arrivò poco dopo). Il Torino era ancora alla ricerca del suo leader, del capitano. Arrivò in tempo, l’Enrico, il primo giocatore universale nella storia del calcio europeo per la sua versatilità nei ruoli.

I tifosi snob avrebbero magari preferito che a rappresentare la squadra granata fosse un altro svizzero, Fritz Bollinger, ex difensore del Basilea. Bollinger aveva le simpatie delle pochissime signore-tifose dell’epoca. Bello, elegante, cortese, Un tipo da salotto che in campo menava sorridendo. Enrico Bachmann era il beniamino degli uomini, dai compagni di squadra agli spettatori. Era nato a Winterthur, cantone di Zurigo, il 30 ottobre 1888. Mediano di ruolo, tuttofare per spirito (non voleva solo stare in porta), nel Torino è stato pedina importante, cardine in campo e nello spogliatoio, simbolo di generosità per quattordici anni. E’ saltata una stagione, quella del campionato ’24-25, per consentire l’aggancio fra i due grandi primi capitani del Toro. Enrico Bachmann ha ancora giocato in granata otto partite nel torneo ’23-24, mentre Adolfo Baloncieri (arrivato dalla più vicina Castelceriolo, dove era nato il 27 aprile 1897) ha vestito nel campionato 1925-26 le prime ventidue maglie nel Torino. Solo un attimo di intervallo quindi fra Bachmann I, capitano dalla voce dura e dall’esempio atletico, e Baloncieri trascinatore con il gioco e con i gol.

Negli anni mitici del calcio italiano il club granata ha avuto anche un capitano torinese puro sangue, Osvaldo Ferrini. Difensore che offriva un cocktail fra tecnica, sentimento e gtinta, il primo capitan Ferrini della storia del Toro ne ha infossato la maglia sino al campionato di guerra del 1944, E nella stagione precedente proprio Ferrini aveva già consegnato a Mazzola la fascia di capitano. Che Valentino avrebbe portato da vero leader, come calciatore e come uomo…

[CONTINUA]

Giu 11, 2010 - Senza categoria    No Comments

LA LEGGENDA DI SILVIO PIOLA. LA MITICA PRO VERCELLI (seconda parte)

Anche dal punto di vista tecnico la Pro di quegli anni è compagine moderna, all’avanguardia: gioco all’inglese velocissimo, un mix di forza e razionalità. Un gioco che poggia sull’impeto e l’irruenza, sulla determinazione con una punta di durezza; gambe con muscoli di ferro e polmoni d’acciaio sono i requisiti fisici indispensabili. Di queste caratteristiche troviamo traccia nell’origine della società vercellese, nata come club ginnico.

I bianchi che non hanno avuto modelli cui ispirarsi si impongono per la loro tattica naturale: passaggi laterali e nelle retrovie invece dei continui affondi, poi come ad un richiamo tutti avanti all’unisono per travolgere con la sorpresa l’avversario.

I giocatori della Pro di quei tempi erano tutti studenti ad eccezione del portiere Innocenti, artigiano: ragazzi dal cervello pronto ed abituati a ragionare, con spiccato spirito di osservazione.

Fu Marcello Bertinetti, più volte olimpionico di scherma ad elaborare le prime teorie e i primi schemi. Così scrive Sergio Robutti nella sua storia della << Pro Vercelli >>: << La storia della grande ed imbattibile Pro rimane legata alle teorie intellettuali di Marcello Bertinetti, teorie forse semplici, elementari, ingenue, se osservate oggi sotto la lente di una mentalità calcistica moderna, ma certamente nuovissime in quei tempi, quando il calcio deve ancora essere inventato o per lo meno scoperto. La tattica del non perdere a nessun costo il pallone può sembrare oggi l’uovo di Colombo, ma allora, quando i primi assi celebrati della sfera di cuoio tirano dei gran calcioni ed il più alto possibile, si tratta addirittura di un’arma segreta. Non perdere la palla, passarla magari indietro, ma non lasciarla all’avversario. Teoricamente con una simile concezione, si sarebbe dovuti giungere sino al tiro conclusivo, non importa se parato o fuori bersaglio. Il controllo del pallone è esercitato tenendolo a terra e procedendo a triangolazioni strette, in pratica la quintessenza del sistema. E così soprattutto l’anticipo >>.

Un gioco di questo genere sconcerta gli avversari che no riescono a capire la trama delle azioni e a reggere il confronto. Ancora Robutti scrive. << Macellai, urlano i tifosi nemici, per quel gioco fatto di leonina irruenza e perché nei duelli all’arma bianca, nei palloni contesi, è sempre uno della Pro ad avere la meglio, anche se appare, fisicamente, meno resistente alla carica. Eppure in questo gioco che si merita le prime definizioni iperboliche del linguaggio sportivo, accompagnato da secchi scatti della voce, c’è più razionalità di quanto si possa immaginare. Marcare inesorabilmente l’avversario che attacca, avanzare a formazione compatta, con gli scambi andata e ritorno, tra centrosostegno e laterali, la ricerca continua del compagno smarcato, costituiscono in fondo le regole fisse della sintassi inglese: solo la grammatica dello schieramento è diversa. La Pro Vercelli è anche la squadra dell’ultimo “quarto d’ora”, quello delle maniche rimboccate instaurato da Rampini I: in questo periodo conclusivo della partita gli avversari vengono travolti dal ritmo, ricacciati come nemici in fuga tutti nella loro area. Ma il merito più grande, senza dubbio è un altro. De Vecchi, un tecnico che in quei tempi si rivela grandissimo giocatore, ha scritto che in un periodo “in cui si giocava in undici, ma l’individualità sovrastava l’assieme, la Pro seppe dimostrare che si poteva andare lontano con un gioco di squadra e fornì, con il Genoa, uno dei primi esempio di razionale allenamento atletico e tecnico >>.

La peculiarità della squadra vercellese va inquadrata anche e soprattutto nella realtà cittadina del tempo. Gli atleti sono permanentemente a contatto di un ambiente che scatena l’entusiasmo, che esalta, che eccita: la sconfitta viene vissuta come una umiliazione dell’orgoglio sportivo di tutta la popolazione. La battaglia sul campo ardeva e più gli atleti diventavano leoni, nessun ostacolo li spaventava, nessuna battaglia era persa in anticipo. I miti calcistici sono i Bertinetti, Visconti – il primo diventato campione olimpionico di scherma, il secondo allenatore degli spadisti azzurri -, Milano, furto Commissario della Nazionale Ara, Binaschi, Leone, Rampini, Corna, Valle, Innocenti, Parodi e poi ancora Curti, Rosetta, Ardissone, Baiardi ecc.

Anche per Silvio il richiamo del pallone è dunque irresistibile….

Giu 7, 2010 - Senza categoria    No Comments

LA LEGGENDA DI SILVIO PIOLA. LA MITICA PRO VERCELLI (prima parte)

“La leggenda di Silvio Piola” è il titolo di un libro del giornalista Marco Barberis, pubblicato da Sugarco Edizioni nel 1986 [calcio story – 7]. Sono circa 120 paginette scritte in modo lineare e corredate da diverse belle fotografie. La storia della vita calcistica di Piola è narrata tra aneddoti, spunti tecnici, accenni di costume e qualche pagina di cronaca. Ovviamente non mancano accenni al Grande Torino, con il quale – come tutti sanno – Piola giocò un solo campionato. Molto bella è la fotografia che lo ritrae in maglia granata, nella formazione tipo di quella insuperabile squadra per la stagione 1945. Qui di seguito riporto alcuni passi tratti dalle prime pagine del libro, che descrivono in modo efficacissimo gli schemi e lo spirito di gioco della Pro Vercelli, la prima squadra di Piola. Sono spunti interessanti per apprendere anche solo poche notizie su una delle più importanti squadre italiane (se non la più importante) dei primi ‘900. Il capitolo si intitola: “Alla scuola delle bianche casacche”.

E’ stata piazza Mazzini a Vercelli, ad ospitare i << primi calci >> di Silvio Piola: un’area sulla quale si davano appuntamento i ragazzini di periferia…

Nato a Robbio Lomellina, un centro sito a 15 km dalla città del riso, la famiglia Piola – mamma Emilia e papà Giuseppe – si trasferì a Vercelli quando Silvio aveva appena dieci mesi…

Per il nostro futuro superman, quella del calcio, in una città come Vercelli, fu una scelta sportiva obbligata, quasi predestinata. Quando nasce, il 29 settembre del 1913, le bianche casacche si sono cucite sulla maglia il quinto scudetto tricolore. Altri due titoli italiani faranno seguito nel 1921 e nel 1922.

Il primo scudetto invece risale al 1908. E’ un avvenimento sensazionale: una città di provincia ha beffato gli squadroni delle metropoli: Milano, Torino, Genova. Questa la formazione neocampione: Innocenti; Salvaneschi, Celoria; Ara, Milano I, Leone; Romussi, Bertinetti, Fresia, Visconti, Rampini. Quale il segreto della straordinaria affermazione?, molti si chiedono e non solo a Vercelli. Non è semplice dare una risposta chiara: sono tanti svariatissimi i tasselli vincenti che compongono il magnifico mosaico vercellese.

Innanzitutto i giocatori sono nativi della città o della provincia. Formano un gruppo compatto di amici che vive molte ore del tempo libero insieme. Sono purissimi dilettanti, mentre già allora, ai primissimi del XX secolo, molte formazioni di Milano, Genova e Torino avevano stranieri che in vari modi  clandestini venivano pagati…

[CONTINUA]

Giu 1, 2010 - Senza categoria    No Comments

IL TORO IN AMERICA (seconda parte)

Prosegue il racconto di Pozzo:

Si torna a bordo, si passa, nella nebbia, lo stretto di Gibilterra, ed appena fuori nell’Atlantico, il Capitano appenderà in sala un comunicato. Tutti a leggere, col naso all’insù: la Austria ha dichiarato la guerra alla Serbia. Ci siamo. Non siamo più padroni di allontanarci un momento dall’Europa, senza che quella brava gente perda la testa e ne combini qualcuna di grosse. Passerà, pensiamo noi concordi: quando s’accorgeranno che, picchiando, fa male a chi le prende, la finiranno subito. A bordo si sta bene. Si mangia ottimamente, e ci si allena in coperta, col solo inconveniente che, saltando colla corda, le lampadine di sotto al soffitto si staccano e cadono sulla testa dei pacifici passeggeri. Il mare è buono e tranquillo. Ed ogni giorno che passa, c’è una nuova dichiarazione di guerra: Russia – Austria, Germania – Russia, Francia – Germania, Germania – Inghilterra, secondo il calcolo delle combinazioni. Passerà, si ripensa noi, roba di pochi giorni: stattene solo quieta tu, Italia nostra. Quando si arriva a Santos, la zuffa è generale in Europa.

In Brasile prendiamo a giocare, dopo un congruo riposo sulla Spiaggia del Guarujà. Il 9 agosto battiamo lo << Sport club Germania >> per 5-1. Tutte le partite hanno luogo al Parque Autartica, dove gioca il Palestra Italia, che dovrà poi trasformarsi nell’attuale Palmeiras.

Trent’anni dopo, ne abbiamo ritrovato in piedi ancora un pezzo di tale campo: in una visita fatta in occasione del Campionato del mondo. Il giorno quindici, battiamo lo << Sport Club Corinthias >> (che esiste tuttora), capolista del campionato paulista e, ventiquattro ore più tardi, costringiamo alla resa anche il << combinado >> – lo << scratch >> come lo chiamano laggiù – della << Liga Paulista >> per 7 a 1. La squadra nostra gioca forte, unita, concorde, piena di volontà, E l’umile sottoscritto fa da segretario, da direttore tecnico, da allenatore, da massaggiatore: da tutto.

Sarebbe finito, come programma. E’ la guerra, che, malgrado le nostre ottimistiche previsioni, non è ancora finita. Dura già da venti giorni circa. Sarà questione di giorni, pensiamo: e nel frattempo conviene tirare avanti giocando. Si ripete l’incontro colla Squadra Campione, il Corinthias, e per la seconda volta si vinse: 2 a 1, il 22 agosto. Ed il giorno dopo si chiude battendo lo Sport Club Luzitano per 3 a 0. Sei partite, sei vittorie. Non c’è male.

C’è quella benedetta guerra che, dopo più di tre settimane, non accenna ancora a finire. Allora, salta fuori una mia sorella che, sposata con un piemontese, è diventata padrona di una bella fazenda, nell’interno dello Stato di San Paolo a Santa Veridiana, e ci invita, in attesa che in Europa si rinsavisca. Ci invita; e se sapeva non lo faceva. Perché le ammazziamo due cavalli. E non è tutto. In una cavalcata attraverso alla foresta, che rimase epica per noi e che ci vide tornare tutti nello scoraggiato atteggiamento di Napoleone dopo Waterloo, col cavallo tirato per le briglie che ci seguiva, successe che si guastarono i … connotati a parecchi. Colpa: quelle maledette selle da << gaucho >>. Limavano di dietro come una molla a smeriglio. Bachmann fu ridotto in stato pietoso…Sicuro, anche il farmacista mi toccò di fare, corvo sul…dorso del nostro capitano che gridava << pian! >> con tutti i rimanenti giocatori attorno, che guardavano con aria compunta! Hanno del solenne, certe funzioni!

E la guerra, dopo un mese, non finiva ancora. E tornare a casa non si poteva, perché i servizi erano sospesi, ed anche in mare si cominciava a combattere. Allora, sul più buono, saltò fuori una proposta di andare a giocare in Argentina. Era Dio che la mandava. Accettato. Alle stesse condizioni di prima: che loro pagassero solo tutto, e noi si giocava. Senza profitto. Nutrirci solo dovevano, ché tanto la guerra ormai non poteva più durare – si diceva – a lungo e poi si sarebbe tornati a cada tutti. Come resistenza al professionismo vero e proprio, si rasentava l’eroismo!”.

VITTORIO POZZO