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Apr 6, 2010 - Senza categoria    No Comments

piccola osservazione…

Quando ho letto il commento “forza Juve!!!” inviatomi da un tifoso juventino ho pensato di non cancellarlo comunque. Poi ho visto che era stato apposto al mio blog su Superga e la famosa poesia di Arpino. Proprio per questa collocazione ho ritenuto doveroso eliminarlo: non ho nulla contro chi tifa genuinamente per la propria squadra, ma non sopporto certe penose “cadute di stile”…

Mar 31, 2010 - Senza categoria    No Comments

GIOVANNI BATTISTA MOSCHINO

Ancora su “Toro, il mito e i campioni”, nel fascicolo che riguarda alcuni personaggi-simbolo della storia granata [editoria I – 53.], una pagina è dedicata al “regista” Moschino, giocatore oramai dimenticato dalle giovani generazioni, ma che i frequentatori del Filadelfia ben ricordano ed apprezzano.

“Quasi dieci anni al Toro, cioè una vita in granata. Calcisticamente parlando, sia pur riferendoci a una trentina d’anni fa quando i trasferimenti avvenivano a ritmo molto meno frenetico di oggi, vestire così a lungo una maglia era dimostrazione di fedeltà nient’affatto trascurabile. E Giovanni Battista Moschino, per tutti Giobatta, regista vigevanese dalla corporatura minuta ma dal talento calcistico sopraffino, ha rappresentato un personaggio emblematico nella galleria delle grandi figure granata…

<< Muschin >>, come l’aveva affettuosamente soprannominato il popolo del Filadelfia, nel Toro condivise – rendendole decisamente produttive – le fatiche di campioni italiani e stranieri. Arrivò molto giovane, nell’annata 1958-59, e si fermò…fino al ’69-70…

Anni di discrete soddisfazioni, come il 6° posto del 1963-64 e stagioni di estenuante ma positiva tensione, come il campionato 1964-65 che il Toro concluse preceduto soltanto dalle due milanesi, Inter e Mila nell’ordine. E << Muschin >> macinava chilometri, infaticabile, generoso, sempre attento a smistare la palla al compagno giusto nel momento giusto. Tanto che l’esigente paron Nereo Rocco, commosso da tanto cuore e ammirato da tale precisione, lungi dal bersagliarlo con gli strali che riservava ai meno prodighi se lo coccolava con battute che suonavano allo stesso tempo da stimolo ed encomio.

Campionato 1969-70, l’ultimo di << Muschin >> al Toro ma ricco di significati perché vi si sta compiendo un ricambio generazionale di estrema importanza. L’anno prima è arrivato Pulici e ora c’è Claudio Sala ma Moschino è ancora lì a dettare a << Puliciclone >> e al << poeta del gol >> il passaggio che spalanca le porte avversarie. Segnare non è affar suo, ciò non toglie però che insieme alle 251 presenze con la maglia granata, il bilancio di Moschino annoveri – alla fine del ciclo – pure 23 gol. Ciliegine collocate su una torta dal gusto indimenticabile”.

Piercarlo Alfonsetti.

Mar 21, 2010 - Senza categoria    No Comments

AZZURRI

Si tratta di uno splendido libro edito da Rizzoli nel 1983, subito dopo la conquista del nostro terzo mondiale, con il patrocinio della Gazzetta dello Sport [Calcio story – 4].

L’opera ripercorre la storia della nazionale dalle origini agli anni ’80, alternando commenti tecnici, cronaca, fotografie davvero straordinarie, disegni e schemi tattici. Qua e là, traccia anche le figure di alcuni grandi del nostro calcio come Pozzo, Rivera, Meazza, Piola, Mazzola, Boniperti, Schiavio, Orsi, Riva, Guaita, Monzeglio e molti altri. Ovviamente alcune pagine sono dedicate al Grande Torino ed alla sua epopea azzurra (sicuramente troppo breve), ed alle difficoltà incontrate dalla Nazionale dopo la tragedia di Superga.

Tra le moltissime pagine interessanti, riporto alcuni stralci di una sfida avvenuta il 13 marzo 1933 con l’Inghilterra a Roma:

La nazionale gioca sovente, il suo calendario è fitto di gare amichevoli e ufficiali per la Coppa Internazionale. Tutte queste occasioni di gioco offrono l’occasione al nostro C.T. Vittorio Pozzo di portare avanti un programma di rinnovamento e, nel contempo, di consolidamento allo scopo di avere sempre sottomano un nucleo operativo di assoluta fiducia….Intanto la difesa, con il trio juventino Combi, Rosetta, Caligaris; poi l’interno Ferrari e l’ala Orsi sulla sinistra; Meazza centravanti, ormai consacrato, ma in procinto di trasformarsi in interno di regia.

Ciò avviene proprio contro gli inglesi, che << si degnano >> di lasciare la loro isola e di esibirsi a Roma al cospetto di un pubblico numerosissimo e alla presenza di Benito Mussolini…

L’Italia pratica il << metodo >> velocizzato, l’Inghilterra il << WM >>. La partita è piacevole; segna Ferrari dopo quattro minuti con un bolide da fuori area ma, venti minuti più tardi, l’ala Bastin riequilibra le sorti…

Si delinea la nazionale che affronterà un anno dopo gli ostacoli del mondiale. Dal crogiolo di una ventina di gare, da quando è stato scelto alla guida degli azzurri, Pozzo è riuscito a ricavare un metallo prezioso con il quale forgerà il gioiello della coppa del mondo”.

Ancora nel medesimo paragrafo, un interessante appunto riguarda la regia di Meazza:

In chiave tecnico e tattica la partita Italia-Inghilterra segna un netto distacco tra calcio avveniristico e calcio pioneristico, con una differenza, tra il gioco danubiano puro e quello italiano, a tutto vantaggio degli azzurri, ai quali riesce bene il contropiede in un campo presidiato dagli inglesi a maglie larghe. La critica del tempo, con toni ovviamente blandi, fa notare che se Pozzo avesse lasciato Meazza al centro della prima fila, probabilmente i guai per lo stopper White si sarebbero moltiplicati. Ma il C.T. azzurro ha visto bene: anche se il << balilla >> non può fiondare a rete come nelle precedenti partite, i suoi suggerimento moltiplicano le occasioni per la nostra prima linea, La squadra italiana disputa una partita intelligente, ma non può trascurare un solo istante la difesa, di fronte al quadrilatero << a gelatina >> che gli inglesi organizzano a centrocampo. Il nostro schema è quello usuale, ma se possibile ancor più prudente: Monti è arroccato sulla tre quarti: Ferrari, dopo il gol, arretra stabilmente”.

Mar 17, 2010 - Senza categoria    No Comments

GIGI MERONI ED ALE’ TORO

La nota rivista granata, dopo la morte di Meroni, gli dedicò un intero numero monografico [editoria II – 24, 25; pagine illustrate – 17]. Si tratta di diverse pagine corredate da molte foto, dedicate al calciatore ed al personaggio fuori degli schemi. A noi in questa sede interessa una descrizione del suo profilo tecnico e del suo stile di gioco, che Alè Toro affidò alla penna dell’indimenticato giornalista Giglio Panza.

Esprimere un giudizio sul talento calcistico di Gigi Meroni non è facile. Durante la sua troppo breve carriera, giudizi sul suo gioco ne ho letti parecchi, a volte superficiali ed a volte incompleti; io stesso ricordo di essermi espresso con punti di vista contrastanti sulla complessiva personalità di questo campione autentico.

Nessuno, tuttavia, ha mai discusso le basi fondamentali del calciatore Meroni: tecnica sopraffina, palleggio raffinato alla << sudamericana >>, capacità di calciare con entrambi i piedi senza differenza di sorta. Le sue finte, a destra come a sinistra, sulle fasce laterali come in zone centrali del terreno, erano sempre imprevedibili, accompagnate per di più da uno scatto bruciante.

Sulla sua visione del gioco, i pareri sono stati sempre suggestionati dalla vena del momento. Personalmente, talora gli ho rimproverato il suo eccesso d’amore per il pallone con frasi come questa: << Se Meroni si liberasse sempre della sfera al momento giusto, il suo apporto risulterebbe aumentato del cinquanta per cento a favore della squadra >>. In altre occasioni, anche perché i compagni si muovevano tempestivamente e si mostravano smarcati, Meroni era inappuntabile. Io, che cerco sempre di frenare l’entusiasmo per non cadere in deformazioni professionali, ho esaltato il Gigi tante volte come << uomo in grado di accendere da solo il gioco offensivo, poiché all’estro ha aggiunto il coraggio, l’intelligenza tattica, la precisa visione di ciò che si deve fare e di ciò che si deve evitare >>.

Sandro Mazzola mi ha detto che con un Meroni al fianco si sentiva di vincere la classifica dei cannonieri per almeno un lustro consecutivo; e mi ha pure spiegato il perché della sua enorme stima nel gioco del Gigi. << Ha una percezione tale di come il suo partner deve muoversi, che se costui sa assecondarlo è certo di ricevere la palla, morbida, giocabile di prima, proprio nel punto più favorevole per la conclusione rapida dell’azione >>.

Credo che Gigi Meroni, pur continuando a conservare il suo stile pirotecnico, assolutamente unico, fosse sulla strada di una maturazione tattica completa. Ci ha lasciati dopo avere regalato tanto agli amatori del calcio; e molto avrebbe ancora offerto. Era un talento naturale, che sfuggiva ad ogni raffronto; e poiché questi talenti sono fiori rari, che sbocciano infrequentemente, la perdita di Meroni – che accascia come fatto umano – provoca profondo rammarico anche per le fortune del gioco”.

Giglio Panza

Mar 16, 2010 - Senza categoria    No Comments

Novità

Nei giorni scorsi ho potuto acquisire un’importante raccolta di figurine, soprattutto di anni più recenti, che – unita ad altre reperite in precedenza – mi permetterà di creare diversi album. Per il momento inauguro il primo [Figurine VII], che completerò un po’ per volta.

Mar 16, 2010 - Senza categoria    No Comments

Figurine VII


Mar 14, 2010 - Senza categoria    No Comments

UN QUADERNO DEGLI ANNI ’30

Si tratta di un bell’oggetto, molto ben tenuto, acquistato su internet ed abbastanza raro, almeno a Torino [miscellanea – 49, 50]. E’ un quaderno di scuola a quadretti risalente agli anni ‘20-’30, raffigurante sul dorso una bella foto dello stadio Filadelfia, e sul retro quattro foto di alcuni tra i più importanti granata dell’epoca: il portiere Bosia, oltre al centravanti argentino Libonatti ed i centrocampisti Baloncieri e Janni.

In penultima pagina lo schema di un campo da calcio con l’indicazione e denominazione delle diverse porzioni di prato: area di rigore, linee laterali, ecc.

Come si desume dal frontespizio, probabilmente il quaderno appartiene ad una serie tematica riguardante gli stadi di calcio italiani; è la dimostrazione che il collezionismo cartaceo spesso riserva piacevoli sorprese anche a prescindere dalle categorie più scontate e diffuse, come libri e cartoline.

Mar 12, 2010 - Senza categoria    2 Comments

JOAQUIN PEIRO’: IL VIOLINISTA

Nel fascicolo n. 7 de “Toro, il mito e i campioni”, dedicato alle grandi mezzali granata [editoria I – 47], una pagina suggestiva è dedicata a Joaquin Peirò.

Lo chiamavano il << violinista >>, non tanto per la sua passione musicale, quanto per il suo stile di gioco, melodioso. Joaquin Peirò, madrileno purosangue, fu per due stagioni mezzala di un Torino anonimo, da metà classifica o poco più su. Lo portò Emil Ostreicher, ex manager della grande Honved di Budapest e amico e procuratore di Ferenc Puskas, diventato nel frattempo una colonna del Real Madrid. Ostreicher aveva sulla coscienza la << bufala >> Arizaga e, con Peirò, si riscattò. Nel ’62, Joaquin aveva 26 anni e proveniva dall’Atletico Madrid, l’altra squadra della capitale spagnola, con la quale aveva appena vinto la Coppa delle Coppe. Era reduce dal Cile dove aveva disputato il primo di due Mondiali con le Furie Rosse.

Naso lungo e affilato, aveva una vocina sottile. Portava i calzettoni arrotolati sulle caviglie. A volte, faceva veroniche come un matador prima di colpire con la sua spada. Un fantasista, amante del dribbling ma capace di procurare deliziosi assist ai compagni. Che si chiamavano Gerry Hitchens (subentrato a stagione in corso, con le liste di novembre, a Di Giacomo passato all’Inter in cambio dell’inglese, Chico Locatelli, Pantera Danova, Giorgio Ferrini, Carletto Crippa (il papà di Massimo) e altri componenti di una simpatica brigata di buoni giocatori.

Non c’erano fuoriclasse, a parte qualcuno di levatura superiore come Vieri, Ferrini (l’anno dopo venne fuori anche il giovanissimo Rosato) e lo stesso Peirò. A causa di infortuni, lo spagnolo non fece grandi cose nel suo primo campionato italiano (14 presente, 1 gol) ma contribuì a portare il Toro in finale di Coppa Italia (3 presenze, 1 gol) poi persa con l’Atalanta dello scatenato Domenghini, autore di una tripletta e futuro compagno di Peirò nell’Inter di Herrera. Peirò andò meglio l’anno dopo, sotto la guida di Nereo Rocco che pilotò il Toro al settimo posto, miglior piazzamento (fino a quel momento) post Superga. Ben 32 presenze su 34 partite, con 9 reti all’attivo. Più brillante in Coppa Italia (5 presenze, 4 gol), che ebbe ancora un epilogo sfortunato proprio ad un passo dal traguardo: 0-0, dopo i supplementari, la prima finale con la Roma all’Olimpico e 0-1 al Comunale, con un gol dell’ex juventino Nicolè.

Quello che non gli riuscì con il Toro, Peirò lo conquistò, con gli interessi, a Milano con l’Inter: due scudetti e due Coppe dei Campioni. Celeberrimo un suo eurogol a San Siro dopo aver << rubato >> il pallone al portiere che lo stava facendo rimbalzare per rimetterlo in gioco. Completò il suo Grande Slam vincendo la Coppa Italia nella Roma.

Non ci sono trofei legati al nome di Peirò nella bacheca del Toro ma i tifosi over 50 non hanno dimenticato le << suonate >> del violinista ai diretti avversari quando caracollava, da una metà campo all’altra, palla al piede”.

Bruno Bernardi

Mar 7, 2010 - Senza categoria    No Comments

LEGGENDA GRANATA

Ho recentemente acquisito un oggetto mai visto in circolazione. Si tratta di uno spartito musicale intitolato “Leggenda granata (Una bambola sorrise)”, pubblicato da Edizioni Musicali Saturnia di Genova nel 1954, in occasione del quinto anniversario di Superga [miscellanea – 51].

La canzone risulta composta da due musicisti identificati solo come G.C. e A Zuccaro (di più non è dato sapere), e riporta in copertina il disegno di una bambola con lo schizzo dell’aereo di Superga sullo sfondo.

Trascrivo integralmente il testo della canzone:

Soltanto il cielo li dominò

 – undici atleti, un solo cuor – 

il grande volo non si spezzò.

Nella leggenda vivono ancor.

Sotto un’ala divelta e spezzata

fu trovata una bambola bionda.

Al papà che l’avrebbe donata

forse sorrise e illuminò la nebbia fonda.

Questa leggenda ch’è realtà

canta la gloria che passa e va.

Forse una fata protesse allor

la bambolina bionda e sottil

e dei Campioni, invitti ancor,

lasciò un ricordo caro e gentil.

Quando in campo entrava il Torino

la vittoria baciava i granata,

ma Superga fu il loro destino

e lo scudetto avvampò nella fiammata.

Nella leggenda riviva ognor

Chi tenne alto il Tricolor!

FINALINO

…Quel sorriso vince ancor la nebbia fonda.

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