Ott 8, 2010 - Senza categoria    1 Comment

PAOLO BERUATTO E DANILO PILEGGI

Spesso nel Toro hanno giocato calciatori dai mezzi tecnici limitati, ma di così grande temperamento da entrare comunque nel cuore dei tifosi.

E’ questa la caratteristica costante dell’atleta granata, in grado di sopperire alle carenze individuali con le qualità caratteriali.

Massimo Burzio, giornalista della Gazzetta del Popolo, nel 1983 ha scritto il libro “Torino 1983-84, l’anno della rinascita”, pubblicato da Forte Editore s.r.l. [editoria II – 20], in cui ha narrato le vicende di quella stagione calcistica, delineando tra l’altro i profili dei protagonisti granata dell’epoca. Tra questi, per l’appunto, due “gregari” che seppero ritagliarsi un ruolo di primo piano nonostante i loro evidenti limiti tecnici. Ancora oggi i tifosi ricordano Paolo Beruatto e Danilo Pileggi con affetto ed un pizzico di bonaria allusione ai loro piedi poco “educati”. In effetti, al di là delle loro qualità e di una certa dose di retorica da stadio, essi esemplificano la figura tipica del giocatore da Toro.

Granata, torinese e calciatore…dove poteva giocare uno così se non nel Torino? Paolo Beruatto di Rivara Canavese…ha ventisei anni e da circa quindici gioca al calcio. Difensore di fascia, buon lottatore, Tecnicamente migliorato negli ultimi tra campionati, il “Beru” per farsi conoscere ha dovuto “emigrare” addirittura da Avellino. Cresciuto nelle minori granata è tornato alla “casa madre” dopo una lunga trafila che lo ha visto prima all’Asti, poi, all’Ivrea, quindi in B al Monza ed infine all’Avellino di patron Sibilia in serie A.

Dicono sia adorato dalle ragazzine per quella sua faccia da bravo ragazzo e per quel sorrisetto scintillante e…dicono che gli avversari lo amino un po’ meno, anzi non lo amino affatto. Beruatto, infatti, è un atleta che quando deve svolgere un compito impiega tutte le proprie energie. Così “francobolla” l’avversario ingaggiando, con lui, dei veri e propri duelli. Ma “Beru” rimane sempre corretto e sportivo. Borsellini gli ha affidato compiti particolari rispetto a quelli che Paolo aveva, sia all’Avellino che nel Toro gestione Giacomini. Oltre a difendere, il tecnico vuole che Beruatto “offenda” e faccia “offendere”, Così sulla fascia i cross toccano sempre al canavesano e, nel caso, se è possibile gli si chiede anche di segnare…

La terza volta di Pileggi. Dopo le prime due esperienze al Torino (’77-78 una presenza e una rete, ’79-80 dodici partite, nessuna rete) forse il “Pilo” non avrà creduto ai suoi occhi quando, la scorsa estate, ha letto sui giornali (sportivi e non) che il Torino lo andava cercando, anzi ricercando. Credeva il buon Pileggi, che il trasferimento al Bologna, nella stagione ’80-81, significasse il definitivo commiato da quella maglia tanto amata e invece ecco, quasi un fulmine a ciel sereno, che arriva a passo di carica nuovamente il Toro…Per Pileggi, quindi, tutto bene. Ma i tifosi? C’è una frangia di supporter granata che alla notizia del suo ingaggio non ha esultato: “Lo so – afferma – me lo hanno riferito e questo è uno stimolo in più per far bene, I tifosi del Torino sono unici, impareggiabili, sono stupendi. Danno tanto ai giocatori ma vogliono anche molto. Forse chi ha storto il naso sapendo che sarei nuovamente venuto a Torino si ricorda un Pileggi diverso. Una volta ero un ragazzo che non sapeva bene cosa voleva e doveva fare…Oggi sono un uomo che è maturato facendo i dovuti errori, che è cresciuto, che si è trasformato”.

Pileggi non è cambiato soltanto nel carattere, è variato anche il suo modo di giocare e diversa, da un tempo, è la posizione in campo. Partito come tornante << è il nuovo Sala >>, dicevano, è diventato un interno, un centrocampista che agisce sui tre quarti avanti del terreno. E chissà che questa volta Pileggi a Torino non si fermi per lungo tempo? In fondo è davvero l’uomo ad hoc per il nuovo Torino”.

Set 27, 2010 - Senza categoria    No Comments

LO “STILE” DEL GRANDE TORINO (seconda parte)

Prosegue Sandro Ciotti nella sua descrizione dei calciatori del Grande Torino:

STILE DI EUSEBIO CASTIGLIANO

Longilineo e agile, spigoloso e tenace, Castigliano sfruttò – come Grezar – l’estrazione da interno per diventare un laterale sistemista esemplare. La battuta possente e secca e l’inesorabilità nelle conclusioni dai 16 metri furono i suoi connotati più tipici e applauditi, Nel solo girone finale del ’45-’46 mise a segno – giocando sempre quale mediano – 13 gol su 14 partite disputate!

STILE DI ROMEO (<<MEO>>) MENTI.

Ala destra di stampo classico arricchì la tradizione del ruolo con la straordinaria attitudine alle conclusioni (che era confortata da una potenza di tiro di raro rilievo. Palleggiatore assai efficace ma sobrio aveva nello spunto breve e nel cross in corsa le armi che gli consentivano di avere ragione anche della interdizione avversaria più tenace. La sua sapienza nel trasformare i penalties (che batteva con due passi di rincorsa di shoot destro) ne fecero il rigorista principe della squadra.

STILE DI EZIO LOIK.

Il << gemello >> di Mazzola si impose soprattutto per la essenzialità dell’azione: inutile attendersi che cadesse nella trappola del << tocco in più >>. Palleggiatore rifinissimo e ottimo tiratore soprattutto da media distanza era soccorso da eccezionali doti di carattere che gli garantirono il costante rispetto degli avversari prima che quello dei compagni. Il suo affiatamento con Mazzola fu proverbiale sin dai tempi in cui il tandem militava nel Venezia.

STILE DI GUGLIELMO GABETTO.

Estro e prepotente personalità furono le caratteristiche più evidenti di un giocatore anche fisicamente tipicissimo. Meno potente ma più elegante e preciso dello stesso Piola in acrobazia aveva nel guizzo repentino e nel dribbling fantasioso e imprevedibile risorse tali da porre in soggezione anche i difensori più navigati. Tradiva la naturale vocazione all’eleganza anche in campo: scriminatura sempre perfetta e maglia lasciata cadere con non chalance fuori dai pantaloncini. Faceva anche le cose più difficili in assoluta scioltezza, senza sforzo apparente. Nei rapporti con i compagni fu sempre ineccepibile: appena segnato un gol correva regolarmente a ringraziare l’autore del passaggio decisivo.

STILE DI VALENTINO MAZZOLA.

Senza dubbio il giocatore più rappresentativo del Grande Torino (di cui fu infatti il capitano) e dell’intero calcio iraliano degli anni ’40. Temperamento generosissimo e talento poliedrico sapeva farsi valere in ogni ruolo, ma fu soprattutto mezz’ala di inimitabili risorse. E cioè regista e goleador, mente tattica e inarrivabile << match-winner >>. Fu in cento occasioni il prezioso << uomo-partita >> del Grande Torino che si lascià positivamente suggestionare e guidare dalla sua irresistibile personalità. Ogni << numero >> del calcio lo vedeva eccellere: il contrasto come l’appoggio corto, il tiro da ogni distanza come l’allungo profondo, il colpo di testa come il dribbling. E’ stato, come ha scritto recentemente un autorevole critico, << una leggenda nella leggenda >>.

Temperamento sanguigno ed estroverso Valentino Mazzola è stato protagonista di una vastissima aneddotica che conferma l’impetuosità e la generosità del personaggio. Di tutti i granata del quinquennio è quello che il presidente di allora, Ferruccio Novo, ricorda con maggiore commozione … e che i protagonisti del nostro calcio dell’epoca ritengono unanimemente il più valido in assoluto di un periodo tatticamente di transizione – e quindi difficile – cui proprio il Torino di Mazzola riuscì a conferire dignità agonistica e tecnica.

STILE DI FRANCO OSSOLA.

Attaccante tecnicamente impeccabile e in confidenza rara anche con i palleggi più ardui seppe coprire, grazie alla straordinaria duttilità istintiva, tutti i ruoli dell’attacco ma si impose soprattutto come estrema prima in alternativa con Menti e Ferraris e poi ereditando in via definitiva la maglia n. 11 da quest’ultimo. Modesto e schivo nella vita privata liberava ogni estro sul campo con << invenzioni >> che strappavano l’applauso. Divide con Mazzola una singolare nota di curriculum: la perfetta media-gol (uno a partita e cioè 97 su 97 per Mazzola e 72 su 72 per << Ossolino >>)”.

 

Set 11, 2010 - Senza categoria    No Comments

LO “STILE” DEL GRANDE TORINO (prima parte)

“Sotto il segno del Toro” è, a mio parere, uno dei più affascinanti libri sulla storia del Torino [editoria I – 1]. Sicuramente a ciò contribuisce il disco allegato che, forse sottovalutato da qualche collezionista, è una “chicca” di livello assoluto.

Tuttavia, anche il contenuto cartaceo, con le belle foto ed i commenti di Sandro Ciotti, è di primissimo ordine. A metà del libro l’autore passa in rapida rivista la formazione tipo del Grande Torino, delineando in modo rapido le caratteristiche tecniche e caratteriali dei diversi giocatori. Sulle qualità dei nostri si sono spesi in passato – come si suol dire – fiumi d’inchiostro, ma i giudizi di una grande firma del nostro giornalismo meritano comunque un momento d’attenzione.

Cominciamo quindi dal portiere e dai difensori.

STILE DI VALERIO BACIGALUPO. Fisico asciutto e di eccezionale tono atletico, rilevantissime capacità acrobatiche, ottimo senso del piazzamento: il portiere del Grande Torino fu del tutto all’altezza dei giocatori di linea che sono entrati con lui nella leggenda.

STILE DI ALDO BALLARIN. Implacabile oppositore dell’ala avversaria, possente e preciso nella battuta, autorevole nel giuoco aereo e puntuale nel disimpegno Ballarin era soccorso dal temperamento del combattente di razza. Fra i giocatori in attività il solo Burgnich ne adombra le caratteristiche.

STILE DI VIRGILIO MAROSO. Raramente la parola << stile >> è stata spesa in modo più pertinente. Maroso aveva fatto di un ruolo tradizionalmente arcigno e dalle crude esigenze come quello di terzino…un fatto d’arte. La coordinazione e la morbidezza dei movimenti erano quelli del palleggiatore di razza, la falcata si imponeva per l’eleganza e la potenza insieme, la battuta lunga e soffice, è rimasta tipica. Un difensore decisamente all’altezza del miglior De Vecchi e del miglior Rosetta e validissimo, come se non bastasse, anche come attaccante aggiunto (in qualche occasione in cui il Grande Torino decideva di << divertirsi >> Maroso agiva da interno e Mazzola da terzino: gli avversari non ne trassero mai motivo di sollievo…).

STILE DI GIUSEPPE GREZAR. Passato senza impacci dalle abitudini metodiste alle esigenze del << sistema >> (aiutato dalle origini di interno) Grezar aveva il dono tipico degli uomini di classe, di rendere semplici le cose difficili. Bastava un suo intervento in una situazione di giuoco arruffata perché l’azione ritrovasse di colpo limpidezza e rigore. Valido anche nelle conclusioni da lunga e media distanza fu tra i più convincenti esemplificatori del giuoco << raziocinante >> del Torino di cui garantiva costantemente l’impeccabile geometria.

STILE DI MARIO RIGAMONTI. Fisico proporzionatissimo, raccolto e possente è stato il primo stopper sistemista di statura internazionale che abbia avuto il nostro calcio. Dotato di una elevazione notevolissima speculava tanto sul temperamento spigoloso quanto sulle eccezionali risorse acrobatiche per stroncare sin dai primi interventi ogni velleità del centravanti avversario”.

[CONTINUA]

Ago 3, 2010 - Senza categoria    No Comments

TRA METODO E SISTEMA

E’il titolo di un libro pubblicato nel 1988 da “La casa dello sport”, a cura di Bruno Perucca e Gianni Romeo [calcio story – 8].

Sono più di quattrocento pagine corredate da splendide foto, che narrano la storia del calcio italiano e non solo, dal 1934 al 1950. Un ampio capitolo è dedicato al Grande Torino, ed ovviamente molti sono gli spunti tecnici e tattici.

Ampio spazio viene dedicato ad altri personaggi importanti dell’epoca ed alla disamina della grandi squadre, ma anche a curiosità, aneddoti ed ai campionati del mondo.

Come dice il commento in copertina, il libro realizza “la prima visione d’insieme di un’epoca gloriosa del football che pochi conoscono a fondo”.

Le pagine da riportare sarebbero molte, e in futuro ne trarrò diversi spunti. Al momento mi ha incuriosito il ritratto di un giocatore poco conosciuto ai più, ma in qualche modo, sebbene straniero, legato anche al calcio italiano: Domingos Da Guia.

Per la squadra azzurra, il nome di Domingos Da Guia è legato ad una memorabile partita del Mondiale 1938, quella contro il Brasile. Della squadra carioca, il gigantesco terzino sembra riassumere tutte le migliori caratteristiche: palleggio raffinatissimo, da centrocampista, stacco poderoso nel colpo di testa, scelta di tempo perfetta, mosse da ghepardo, una notevole velocità di base. Quando si presenta in Francia per il Mondiale è una stella di prima grandezza. Alle spalle ha una storia fra le più curiose che possano capitare ad un calciatore. Nato nel 1911, si fa luce prestissimo, tanto che a vent’anni è già chiamato a vestire la maglia mitica della Selecao…Il suo gioco, dicono tutti gli osservatori brasiliani, è di una qualità eccezionale. Ecco che allora gli argentini del Boca Juniors mettono gli occhi su di lui. Una sera Domingos che ovviamente ama il gentil sesso e la vita mondana, è in un night club di Rio de Janeiro: lo punta una donna bellissima, non si contano i bicchieri di champagne. Stordito, Domingos si sveglia molto dopo. Il ronzio che sente in lontananza è quello dell’aereo che lo conduce a Buenos Aires. Due signori, sorridendogli gentili, gli mostrano il contratto di ingaggio per il Boca: ci sono molti zeri. Domingos ricambia il sorriso.

Anche in Argentina compie prodezze strabilianti, ma il carattere pronto ad infiammarsi lo tradisce in più di un’occasione, finchè si lascia coinvolgere in una gigantesca rissa, subisce una gigantesca squalifica, decide per un anticipato ritorno in patria. Lo accolgono come il figliol prodigo e lo mettono nei ventidue per la spedizione francese. Sbalordisce anche nei primi due incontri del Mondiale, ma poi arriva il momento di affrontare l’Italia. Domingos non è fatto per il calcio un po’ carogna, sempre molto pratico, degli italiani. << Piola sembra un leone in gabbia >> scrive Gianni Brera << Gli dedica le sue cure il fenomenale Domingos Da Guia, alto un metro e novanta. Costui riesce a domare qualsiasi traiettoria: uno spezzonino di film lo illustra in momenti a dir poco preziosi: controlla un traversone con il ginocchio, nel contempo alza la palla, sempre con il ginocchio, sopra il nostro malcapitato centravanti, lo aggira, tocca di piatto al rimbalzo e serve un compagno. Gesti simili sanno di alto virtuosismo e anche di irrisione. Il gladiatore Piola, nonché abbacchiarsi, incarognisce. Tempo verrà…>>. 11’ del secondo tempo: scende Biavati e crossa. Il gigantesco terzino si dispone all’elegante arresto e al rinvio; non è un pallone difficile per un virtuoso come lui, ma la punta maligna di un gomito di Piola lo sbilancia, il pallone passa, vi si avventa Colassi e saetta in rete. L’episodio è tale da fargli perdere la testa: in due minuti stende irregolarmente Piola due volte. La prima l’arbitro fa correre, la seconda dà il rigore, quello che Meazza batte reggendosi i calzoncini di cui si è allentato l’elastico. E il grande Brasile va a casa.

Così si chiude l’avventura mondiale di Domingo. E alla fine, la metamorfosi: dopo aver chiuso col calcio, l’indisciplinato Domingos, il divo delle notti brave, l’uomo spesso coinvolto in risse, cambia mestiere e diventa uno scrupoloso finanziatore del governo brasiliano”.

Lug 14, 2010 - Senza categoria    No Comments

Novità

Questo è un periodo di grande lavoro, ed il tempo per scrivere è ridotto al minimo. Pertanto mi limito ad inserire figurine nuove nell’album VIII, in attesa di ritrovare qualche ora libera per postare nuovi commenti su qualcosa di originale e diverso.

Pagine:«1234567...21»