Mar 9, 2009 - Senza categoria    1 Comment

DINO BUZZATI: UNA FAVOLA PER IL GRANDE TORINO (prima parte)

Tempo fa ho acquisito il numero del 15 maggio 1949 de “La settimana INCOM”, famoso giornale prodotto dalla casa di cortometraggi INCOM [editoria 34], che per circa un ventennio narrò le vicende storiche e di costume dell’Italia del dopoguerra. All’interno ho trovato un ampio servizio fotografico, corredato da un lungo commento, sul funerale del Grande Torino. Una descrizione commovente, che non intendo riassumere perché non credo sia il caso di spettacolarizzare il dolore oltre il mero dovere di cronaca, neppure per un evento così lontano nel tempo. Tuttavia, per l’occasione lo scrittore Dino Buzzati creò una favola che fu inserita nel corpo della narrazione, un componimento malinconico ma ricco d’atmosfera come si addice alle vere e proprie fiabe, che credo meriti di essere trascritto.

“La primavera del millenovecentoquarantanove fu caratterizzata da una ostinata siccità: i monti nudi e neri come se non fosse nevicato da secoli, i fiumi ridotti a rigagnoli, i pizzi asciutti, i fogli di carta che si attaccavano l’un l’altro per una specie di magnetismo e tutti gli altri fenomeni del caso. Venne a mancare l’energia elettrica e dai rubinetti aperti degli ultimi piani cadeva ogni tanto una goccia tac tac tac.

Vecchissimo, il dio del buono e del cattivo tempo giaceva sul letto nella sua solita caverna e sembrava addormentato, in realtà le sue orecchie erano come  sentinelle fresche al primissimo turno di guardia, e ascoltavano.

<< Sono delle voci – disse sollevando minimamente il capo dai cuscini – Gli uomini! Non mi ci sono ancora abituato. Petulanti e noiosi. Le bestie, pur coi loro inconvenienti, in fondo sono migliori… Su, su, va a sentire che cosa vogliono >>.

L’aiutante di turno si affaccia alla finestrella da cui l’occhio precipitava già negli spazi fino alla superficie della Terra. Restò qualche minuto immobile, ascoltando. Poi: << Dicono di avere poca acqua. Guardano il cielo e siccome non c’è neanche una nuvola, scuotono il capo. Borbottano. C’è un contadino che bestemmia >>.

<< Lascialo bestemmiare >> disse il dio del buono e cattivo tempo e si ridiscese sul giaciglio. Ma il sussurro degli uomini aumentava. << Che hanno? – domandò per la seconda volta il signore delle nuvole e dei venti – Tu, dico, va a dare un’occhiata >>.

L’aiutante si sporse dal davanzale della finestrella e per poco non precipitò nell’abisso. << Si lamentano più di prima – notificò – Dicono che se non piove il raccolto andrà a remengo e loro creperanno tutti di fame. Anche sui giornali ci sono dei lunghi articoli… In fondo non hanno tutti i torti… Non si potrebbe accontentarli? >>

<< No – rispose il padrone, quasi offeso – Neanche per idea. Non sanno neppure loro quegli imbecilli, che cosa vogliono. Se almeno lo sapessero! >>

A queste parole gli aiutanti – nella caverna ce ne saranno stati una ventina chi addetto ai fulmini chi ai tuoni chi alle nebbie e così via – si voltarono a guardarlo incuriositi.

<< Non posso >> ripetè il vecchio benché nessuno lo avesse contraddetto.

<< Un temporale soltanto! – suggerì l’altro accomodante – quattro gocce, non potremmo mandargliele giù quattro gocce, tanto per la soddisfazione? >>.

<< Quattro gocce! – fece beffardo il dio – Si comincia con quattro gocce, ma lo sai tu dove si va a finire? >>

<< Ma è una mania questa! >> disse risentito uno di quelli che amministravano le piogge, stufo di restar disoccupato.

Il dio del buono e del maltempo fece la grinta delle ore cattive. << Senti tu. Vieni qua un momento >>.

L’altro obbedì, un poco spaventato e il vecchio gli pose una mano sulla spalla obbligandolo a chinarsi su di lui. Poi gli disse qualcosa in un orecchio.

<< Oh! >> esclamò quello delle piogge, e si ritrasse con aria stranita.

I compagni gli furono intorno: parla, su, che cosa ti ha detto? In gran mistero, a voce bassissima, egli trasmise la notizia. << Oh! >> fecero tutti. E rimasero quieti e pensierosi.

Perciò non piovve. Il Grano seminato era piccolo piccolo né c’era verso di fargli aumentare la statura. Ai bacini idroelettrici pareva avessero aperto lo scarico tanto erano poveri d’acqua. I fogli di carta erano più che mai magnetizzati e aderivano l’uno con l’altro quasi li avessero attaccati con la colla. Agli ultimi piani nessuna goccia più cadeva dai rubinetti aperti e comunicati categorici venivano diramati dalle autorità per il risparmio della luce. Così per giorni e giorni.”.

[CONTINUA]

DINO BUZZATI: UNA FAVOLA PER IL GRANDE TORINO (prima parte)ultima modifica: 2009-03-09T10:36:00+01:00da libellus1
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1 Commento

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