Mar 15, 2009 - Senza categoria    No Comments

DINO BUZZATI: UNA FAVOLA PER IL GRANDE TORINO (seconda parte)

Prosegue il racconto di Buzzati:

“Finchè una notte – c’era la luna e i carretti dei gelati invadevano a sciami le città – salì alla caverna del vecchio dio un canto con accompagnamento di chitarra.

<< Chi canta? – domandò subito il dio, sospettosissimo – Va un po’ a vedere chi suona >>

L’aiutante guardò << E’ un poeta – disse – un poeta che ha composto una specie di ode per chiedere la pioggia >>.

<< Ermetico? >> domandò il vecchio preoccupato.

<< Così così, non tanto >>.

Il dio si lisciò la barba. << Dir di no ai poeti mi dispiace. Ho sempre avuto questa debolezza. Ma, stavolta…Stavolta non c’è niente da fare >>.

Non piovve. La polvere ricopriva le città. Il primo verde degli alberi, così gradevole, tendeva ormai al giallino, l’ippocastano ai giardini pubblici languiva.

Il dio del bello e cattivo tempo balzò ad un tratto sul giaciglio. << Che cosa succede adesso? – imprecava – non l’hanno ancora capita che non li posso accontentare? >>.

Senza bisogno di un ordine esplicito, l’aiutante corse alla finestra. Giù sulla terra la notte era discesa ma qua e là si vedevano tanti lumini che si muovevano in forma di biscia. Processioni. In testa la statua del santo illuminata elettricamente per mezzo di accumulatori, seguivano uomini e donne reggendo in mano i ceri.

<< Processioni – annunciò con voce flebile l’aiutante – Pregano. Invocano la pioggia >>.

<< Misericordia! – gemette il vecchio – Di’, pregano sul serio? >>

<< Perdio se pregan forte! Ci mettono tutta l’anima quegli sciagurati! >>

Fu in piedi allora il patriarca dei cieli e tendeva un dito minaccioso: << Ve la vedrete voi! – urlava rivolto all’umanità lontana – Volete pioggia? L’avrete. Dopo, però, niente lamenti >>.

Così diceva perché gli uomini ancora non sanno quale terribile rischio sia la preghiera. Ogni preghiera, se fatta nei dovuti modi, mai può fallire. Tanto si è chiesto, tanto verrà concesso, fino all’ultimo millimetro. Ma come? Conoscono gli uomini esattamente ciò che chiedono? Misurano la oscura potenza delle loro parole, una per una? Ahimè, il signore del buono e del maltempo poteva certo resistere ai lamenti, alle maledizioni e anche al canto dei poeti. Alle preghiere no. Le preghiere rovesciano le antiche rupi e fermano per aria la freccia già partita. Contengono pure spesso la rovina di chi le ha pronunciate. Infatti noi chiediamo salvezza; ma quale salvezza intende Dio? Chiediamo pioggia: quale pioggia?

<< Ancora una settimana! – gridò il vecchio dio supplicando – Sette giorni di pazienza ancora – Digli che aspiettino! Per il loro bene, dico. Che poi non si abbiano a pentire >>.

Ma quelli pregavano con sempre maggiore forza. Inginocchiati, battendosi il petto, mea culpa gemevano, quasi pazzi. Volevano la pioggia? E pioggia venne. Nuvoloni tetri si precipitarono per ogni dove, scaricando. I tetti tintinnarono, tanto il sole li aveva abbrustoliti. Che facce contente per le strade, che soddisfazione sentire quel ticchettio sulla seta dell’ombrello.

Ancora una settimana! Aveva supplicato il vecchio dio dei temporali che dall’alto vede e capisce più di noi. Lui in persona, con la immensa barba crepitante al vento come una bandiera, è chino al davanzale e guarda in basso scrutando la Terra.

Vede tra i limacciosi nembi della tempesta che si agitano, si agitano, vede un puntolino nero muoversi. Da vicino apparirebbe formidabile, una gigantesca macchina ruggente, grande più di un vagone ferroviario. E vola.

E’ pomeriggio. Scroscia l’acqua a cateratte sui boschi, sui lastroni delle montagne, sui vetri degli stabilimenti, sui lunghi asfalti neri. Là, là fa segno il vecchio dio che ha messo in moto il destino e non lo può più fermare. Tra i flutti dell’uragano oscilla il puntino nero ma va testardo, precipita verso il punto destinato.

Le cinque. Fischiano le sirene delle fabbriche, a testa china negli impermeabili gli operai si riversano fuori dei cancelli, due innamorati gocciolanti si abbracciano sotto un portone oscuro, qualcuno sta telefonando con Lisbona: Pronto! Pronto! C’è poi una donna che sta facendo dei progetti.

Le cinque e tre minuti. Tra il punto nero lanciato nella nuvola e la solenne cattedrale sopra la collina l’intervallo non è più di cento metri, novanta, ottanta metri. Che pensano i trentun uomini ignari chiusi nella macchina? Cinquanta metri. Dalla nebbia sbuca di colpo, dinanzi all’aereo, un’ombra gigantesca, nera, che ha una forma orrenda. Là, là! fa segno il vecchio dio. Quanto impiegherà a salire lassù, fino alla sua caverna, il rintocco? Aveva detto di no, lui. Gli uomini, avevano voluto!”

Dino Buzzati

DINO BUZZATI: UNA FAVOLA PER IL GRANDE TORINO (seconda parte)ultima modifica: 2009-03-15T10:26:00+01:00da libellus1
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