Ago 15, 2009 - Senza categoria    No Comments

RADICE STORY (terza parte)

“Poche settimane dopo riprende con gli altri compagni, ma la musica non cambia. Il ginocchio ora va bene, ora fa i capricci. Si gonfia e rientra, ma sotto sforzo spesso duole. Ricomincia il viavai dei medici. Finchè a Bologna, il prof. Gui diagnostica: è rimasto un frammento di menisco, il corno, dentro il ginocchio: bisogna riaprire. In ottobre torna sotto i ferri, la ripresa è ancora lenta e laboriosa, e alla fine del campionato il bilancio è triste e sconsolante: presenze zero. Sono quindici mesi che Gigi Radice non gioca una partita in serie A, lui che ha vinto tre scudetti, che ha indossato la maglia azzurra ai mondiali, due anni prima…

E ricomincia ancora, con la lena di sempre. Un’altra annata di duro lavoro e di poche soddisfazioni…Radice rientra finalmente alla penultima di campionato…esattamente 2 anni, 2 mesi e 27 giorni dopo la sua ultima, sfortunata apparizione. Gioca due partite ininfluenti, malinconiche, la seconda delle quali, sul terreno di un Cagliari che cresce a vista d’occhio insieme col suo rombo di tuono, Gigi Riva. E che risulterà l’ultima comparsa di Gigi in serie A.

Radice ha trent’anni…e ricomincia, per l’ennesima volta, con la rabbia di chi vuol sconfiggere anche il destino. Che però è ancora in agguato, spietatamente, inflessibilmente. E un pomeriggio di ottobre del ’65, in un contrasto col compagno Trebbi, in allenamento, il ginocchio destro fa ancora crack. Aveva ceduto l’altro menisco, l’interno!

<< A quel punto decisi di mollare – racconta Gigi Radice – inutile accanirsi oltre, considerando anche l’età…>>

<< Il calcio tuttavia – continua Radice – mi aveva insegnato tante cose…Poi avevo conosciuto tanta gente, tanti tipi così diversi…Come Gipo Viani. Mi ha impressionato molto, come tecnico e come uomo. Capiva di calcio come pochi, ed aveva una maniera di prendere la vita tutta sua: un gran gusto per l’avventura, al punto da farsene la regola dell’esistenza, ed un cuore d’oro. Un uomo, soprattutto, sempre pieno d’idee. Poi Dino Sani mi affascinava: un grande campione che tuttavia non perdeva mai la sua dimensione umana…Liedholm lo ammiravo per la sua scrupolosa dedizione al dovere: un professionista impeccabile. Schiaffino mi incantava per la sua genialità spontanea, semplice. Di Gren ho sempre invidiato il palleggio soffice, naturale, istintivo. Ecco, al fianco di questi campioni io mi rendevo conto che erano molto più bravi di me. Che non ero come loro. Ma proprio qui veniva fuori la loro umanità, vedevi l’uomo. Perché Schiaffino era sua maestà in campo, ma fuori sempre disponibile sul piano umano, neanche ai ragazzini faceva pesare la differenza >>.

[CONTINUA]

RADICE STORY (terza parte)ultima modifica: 2009-08-15T14:56:00+02:00da libellus1
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