Feb 3, 2009 - Senza categoria    2 Comments

BALONCIERI, LIBONATTI, ROSSETTI (il leggendario trio)

La storia del Torino a fascicoli continua ad essere fonte di interessanti digressioni sui giocatori del passato. Il fascicolo n. 3 [editoria – 17] contiene i ritratti di tre autentici fuoriclasse degli anni ‘20, che ebbero l’unico torto di aver vissuto in tempi lontani, e di aver calcato i campi di gioco prima che l’epopea del Grande Torino oscurasse persino i suoi più illustri predecessori; sicuramente anche giocando con quei campioni, i nostri tre non avrebbero sfigurato, anzi. Un vero peccato che la mancanza della televisione e dei moderni mezzi di comunicazione abbia impedito di conservare testimonianza delle loro grandi qualità tecniche ed agonistiche.

Stiamo parlando di Adolfo Baloncieri [figurine – 4], Julio Libonatti [figurine – 68] e Gino Rossetti [figurine 101], che costituirono dal 1925 al 1929 l’ossatura del gioco d’attacco del Torino e della nazionale.

Alberto Fasano nel suo articolo li dipinge a vividi colori. E’ una descrizione che riassume la loro personalità e le loro doti tecniche, e si legge con piacere ed interesse. Cominciamo con Libonatti.

 “…Siamo nel 1925. Il fervore organizzativo apriva nel Torino la visione a nuove prospettive. Il club presieduto dal conte Marone necessitava di un preciso programma di rinnovamento. Si erano ritirati dalla scena Bachmann, il fratelli Mosso, Valobra e Capra, fra le figure più rappresentative. Si trattava innanzi tutto di trovare gli elementi idonei a ricoprire certi ruoli rimasti vacanti e bisogna peraltro ricordare che i trasferimenti di un certo rilievo trovavano strenua opposizione. La società che aveva la fortuna di poter contare su elementi locali di valore, si guardava bene dal privarsene. D’altra parte la figura del calciatore non era giuridicamente ben definita. Dilettante o professionista?

La soluzione venne trovata con una scappatoia che eludeva l’una e l’altra qualifica: non dilettante. La figura del calciatore rimase da allora per tanto tempo avulsa da qualsiasi veste giuridica. Per ovviare alle richieste abusive delle società per la cessione di certi giocatori, il Torino aveva pensato di ricorrere al mercato sudamericano. La convenzione che consentiva ai figli di italiani di fruire della doppia nazionalità forniva la possibilità di alcuni interessanti tesseramenti.

Così arrivò in maglia granata Julio Libonatti, nato da genitori italiani il 5 luglio 1901 a Rosario di Santa Fé. Il popolare <Libo>, giocatore furbo, estroso, tecnicamente ineccepibile, fu il primo oriundo a vestire la maglia azzurra della nazionale, nella quale disputò diciassette partite, realizzando ben 15 goal.

Nel famoso trio granata, Julio Libonatti (che esordì il 4 ottobre 1925 a Brescia, dove il Toro vinse per 4 a 3) rappresentò la scuola ed il gioco brioso, funambolico ma pratico, del calcio argentino; aveva uno spiccatissimo senso del goal, ma la sua fervida intelligenza tattica gli consentiva di offrire spettacolosi palloni da rete ai due interni, specialmente a Rossetti.

Fuori dal campo Julio era un tipo spassoso, sempre allegro, pronto allo scherzo, amante della bella vita, delle donne e dell’eleganza. Per vestirsi e per indossare splendide camicie di seta spendeva grosse somme; non seppe mai mettere da parte i molti quattrini che guadagnò negli anni in cui giocò in Italia, cosicché gli dovettero addirittura pagare il biglietto della nave quando decise di far ritorno in Argentina…

In nazionale Libonatti esordì il 28 ottobre 1926 a Praga, in occasione della partita con la Cecoslovacchia , ma va ricordato che una maglia azzurra <non ufficiale> l’aveva già indossata a Stoccolma il 20 luglio di quello stesso anno, nella partita amichevole di una <Rappresentativa> italiana contro la <Rappresentativa> di Stoccolma…”.

[CONTINUA]

Gen 31, 2009 - Senza categoria    No Comments

L’AUTOGOL DI MAZZOLA

Tratto da “Lo stadio racconta” di Sergio di Battista [editoria – 13]:

“27 febbraio 1972 a Torino

Torino-Inter 2-1

Mentre sugli schermi imperversa <Ultimo tango a Parigi> negli stadi del calcio c’è un gran ritorno: il Torino, per la prima volta dopo Superga, protagonista nella battaglia dello scudetto. Una vittoria importante la regala, del tutto involontariamente, ai granata Sandro Mazzola detto <baffo>. Un gol a rovescio è sempre possibile, anche per un attaccante (capita anche a Chinaglia e Chiarugi), ma questo sembra costruito con particolare sottigliezza da uno dei molti dispettosi folletti che vivono in quelle vesciche gonfie d’aria che sono i palloni.

Sentite. Mazzola gioca con la maglia numero dieci, in una prima linea composta dal brasiliano nero Jair, dall’umbro Mario Frustalupi, dal mantovano Boninsegna e da Sergio Pellizzaro da Montebello. Quest’ultimo ha preso il posto di Mario Corso, rimasto in tribuna dopo che l’altoparlante lo aveva annunciato in formazione. E’ l’ultimo atto di una lunga e fastidiosa polemica con Mazzola, al quale viene finalmente affidata la tanto desiderata regia della squadra.

L’Inter ha cucito sulle maglie lo scudetto (vinto grazie all’ultima grande stagione di Corso), ma sta ruzzolando diversi gradini della classifica. Il Torino, invece, insegue la Juventus a soli due punti, allupato. La partita, sul fango, sotto una fitta pioggia, vede i granata in vantaggio con un gol di Pulici, poi pareggiato da Boninsegna.

A sei minuti dalla fine, la palla schizza fuori da un groviglio di uomini verso il lungo, calvo, Gianni Bui, ex tipografo. Bui è piazzato sulla destra e può raccogliere con tutta calma: il tiro è violento, ma il portiere Vieri – anche lui non di primissimo pelo – ha già intuito le intenzioni dell’avversario, è piazzatissimo, pronto alla parata, quando Mazzola – imprevedibile guastafeste – si lancia a corpo morto, quasi a far da scudo, nel tentativo di ribattere. Invece tocca il pallone (con un braccio) di quel tanto che basta per imprimergli una deviazione e un’impennata che adesso Vieri non può fermare. Mazzola finisce bocconi con la faccia affondata nell’erba fradicia, patetica immagine di campione sfortunato. Più tardi, all’uscita dello stadio lo affronta un pazzoide << Tu non sei il figlio del grande Mazzola >> e tenta di colpirlo con un ombrello.”

Gen 29, 2009 - Senza categoria    No Comments

UNA BELLA SORPRESA

Ho appena letto un commento al mio “post” su Rubens Fadini dello scorso 30 settembre. Proviene dalla Signora Stefania Fadini, immagino parente di Rubens, anche se non ho maggiori notizie in merito:

Ho un nipote, Ares Fadini , che ha nel sangue la passione del calcio come Fadini Rubens, quando leggo della sua timidezza, eleganza del suo dinamismo ed entusiasmo è come guardare negli occhi di Ares e conoscere mio zio. Sono fiera di lui.

E’ una bella testimonianza che auspico abbia un seguito di contatti. Sono ovviamente a disposizione della Signora Fadini, che ringrazio per avermi dedicato la sua attenzione.

Gen 29, 2009 - Senza categoria    No Comments

I SOLITI IGNOTI (I)

Da quando colleziono i “volti” del Toro, sono incuriosito dai calciatori meno conosciuti che in passato hanno vestito la maglia granata, atleti che hanno lasciato poca traccia di sé, ma che non per questo devono essere per forza dimenticati. Conoscendo l’affetto intenso che lega il tifoso granata ad ogni giocatore del Torino, più o meno famoso, spero che – a parte la curiosità – verrà apprezzata la galleria di personaggi praticamente finiti nell’oblio che comunque, per il solo fatto di aver vestito anche per poco tempo questa maglia, meritano quantomeno una menzione. Di molti di loro so poco, ma col tempo spero di trovare qualche informazione in più.

Franzoni Francesco, giocò nel Toro dal 1924 al 1932, collezionando 85 presenze in campionato con 9 reti [figurine – 50].

Trebbi Mario, giocò nel Toro 3 stagioni, dal 1966 al 1969, mettendo insieme 35 presenze in campionato, senza reti [figurine – 129]. Terzino sinistro, vinse con il Milan due campionati ed una Coppa dei Campioni. Con il Torino vinse la Coppa Italia 1967-68.

Erba Giuseppe, centrocampista, vestì la maglia granata solo per due stagioni, nei campionati 1977-78 e 1979-80, con 8 presenze ed 1 rete [figurine II – 18].

Fanello Giovanni, giocò nel Toro solo il campionato 1966-67, disputando 4 partite e segnando 1 rete [figurine II – 19]. Attaccante in serie A, B e C, segnò in carriera un centinaio di reti tra tutte le categorie, e partecipò alle Olimpiadi di Roma con la Nazionale Under 21. Nel 1960 fu acquistato dal Milan, che – informazione per gli appassionati di curiosità calcistiche – lo “girò” subito all’Alessandria in cambio di una giovane promessa del calcio italiano: Gianni Rivera. Nella stagione 1961-62 vinse la coppa Italia con il Napoli. Chiuse con il calcio nel 1970.

[CONTINUA]

Gen 26, 2009 - Senza categoria    No Comments

L’ANNO DELLA PAURA (campionato 1981-82: una stagione difficile)

Per meglio comprendere come gli affanni attuali costituissero, ancora nel Toro di pochi anni fa, situazioni assolutamente anomale, riporto dalla “Storia del Torino” [editoria – 26] un articolo del giornalista Pier Carlo Alfonsetti dedicato al campionato 1981-82. La storia del Toro a fascicoli è stata pubblicata nel 1985, quindi circa vent’anni or sono, un lasso di tempo non lunghissimo. Teniamo presente che sino a quell’epoca il Toro era retrocesso solo una volta. In ogni caso l’occasione è propizia per ricordare una stagione tutto sommato non avara di soddisfazioni, soprattutto per il modo in cui maturò una salvezza più che dignitosa.

 

“Definirlo l’anno della paura è forse esagerato, ma è indubbio che il 1981-82 ha rappresentato nell’ultimo decennio di vita del Torino, la stagione più critica e difficile.

Con una struttura societaria sempre più incerta, come dimostrano le dimissioni rassegnate alla fine del campionato da Orfeo Pianelli…il Torino opta per la soluzione economicamente meno gravosa, affidando a Giacomini una squadra caratterizzata dalla presenza di molti ragazzi.

C’erano, è vero, < vecchi > del calibro di Zaccarelli, Salvadori, Pulici, Danova, nonché l’esperto Van de Korput, ai quali venne affiancato per l’occasione Dossena, ma è chiaro che tanti giovani, magari validi ma non eccezionali, non potevano far dormire sonni tranquilli al nuovo allenatore…

Ferri e Mariani, il primo ventunenne e il secondo addirittura diciannovenne, facevano parte della pattuglia di ragazzi chiamati a salvare l’onore del Torino…

<< A dire il vero – racconta Ferri – soltanto verso il termine dell’annata mi resi conto dei rischi che stavamo correndo. Ero appena arrivato dalla serie C meridionale, ero spaesato, senza punti di riferimento esatti: compresi in ritardo il pericolo che il Torino stava correndo. Alla fine, comunque, fu una grande soddisfazione per tutti e per noi giovani in modo particolare >>…

<< Come riuscimmo a evitare la B ? >> si chiede Mariani, fornendo subito dopo la risposta: << Probabilmente cercando di imitare lo spirito con cui l’allenatore lavorava. Dopo aver trovato il coraggio per lanciarsi in quell’avventura, Giacomini non trascurò mai un particolare che potesse fruttare benefici di classifica. Credeva ciecamente nel lavoro e noi lo seguivamo: i risultati alla fine ci ripagarono. >>…

La bella avventura del Torino edizione-Giacomini finì proprio per desiderio del tecnico che, stanco di tante incertezze e non sentendosi garantito nelle prospettive future, dopo aver tergiversato a lungo se ne andrò. E i giovani che aveva allevato con tanto amore, in un certo senso si sentirono traditi. Come spiega Mariani, concludendo il suo intervento: << Fino all’ultimo momento eravamo tutti convinti che sarebbe rimasto, invece decise di passare al Napoli. Fu una grossa sorpresa per tutti, ci restammo male. Conoscendo i punti deboli della squadra e con quell’esperienza alle spalle, se si fosse fermato avrebbe potuto formare un buon collettivo. >>.”

Pier Carlo Alfonsetti

Gen 23, 2009 - Senza categoria    No Comments

LO SCUDETTO REVOCATO AL TORINO (quarta parte – i fatti successivi al processo)

L’articolo di Carcano si conclude con un breve accenno alle vicende successive al processo contro il Toro, e con altri spunti e riflessioni su cui non assumo alcuna posizione personale, ma che riporto integralmente solo per completezza d’esposizione.

 “Fu poi fatto il giudizio sportivo di appello? Risulta soltanto un aggiustamento all’italiana. Arpinati, che aveva negato l’applicazione dell’amnistia del luglio 1927 al vertice societario del Torino, se la cavò non escludendo il Torino dal campionato perché, in questo caso, sarebbero stati colpiti i giocatori granata, alcuni dei quali costituivano l’ossatura della nazionale: Baloncieri, Libonatti, Rossetti II, Janni, Aliberti, Colombari. Il Torino vinse il campionato 1927-28 nonostante un inizio disastroso, e il 17 gennaio 1929 Arpinati accettò di ricevere la squadra e Marone, già dimissionario, in una cerimonia pubblica di riconciliazione. Ma pochi mesi dopo accadeva un altro, sconcertante episodio. Si gioca lo spareggio fra Torino e Bologna per l’assegnazione del titolo 1928-29, dopo che i granata avevano vinto a Torino per 1 a 0 e perso a Bologna per 3 a 1. A Roma nella <bella> prevalgono i bolognesi per 1 a 0, ma un giocatore rossoblu, espulso, riprende a giocare come se niente fosse. E’ l’attaccante Martelli. La gara, nonostante questa evidente irregolarità, non viene data vinta al Torino o, almeno, fatta ripetere. Questo, a conferma che Arpinati faceva il bello e brutto tempo nel mondo del calcio…

Come curiosità, riportiamo quanto ha scritto, anni fa, un italiano residente in Svizzera, Giuseppe Realini, al già citato Caminiti (Il romanzo del calcio italiano, ed. Cappelli, pag. 65): << In quegli anni, 1925, 1926 e 1927, il calcio non attirava sicuramente le folle di oggi. Un dato è sicuro. La Juventus rappresentava la borghesia, il clero più retrivo, l’aristocrazia. Il Torino, anche per i colori delle maglie, il proletariato. Non è un mistero che, con l’avvento del fascismo, gli operai più politicizzati, e quindi della Fiat, accorrevano alle partite dei granata non tanto per la passione del gioco quanto per poter urlare <forza rossi>, che ormai era negato e punito severamente in ogni altra manifestazione >>. E il Realini aggiunge maliziosamente: << Nel 1927, Edoardo Agnelli dona le azioni del Resto del Carlino non a Mussolini, di cui ha un’ammirazione enorme; non a De Vecchi, gerarca che fa il bello e brutto tempo a Torino, ma proprio ad Arpinati. Che lo abbia fatto per secondi fini però non c’è prova >>. Si può dire, in contrapposizione, che Arpinati ebbe il dono perché viveva e governava a Bologna, sede di stampa del <Carlino>. Si può anche dire, per paradosso, che era forse il prezzo del non coinvolgimento della Juventus nel presunto scandalo. Si possono dire queste e tante altre cose…”.

Giancarlo Carcano

Gen 23, 2009 - Senza categoria    No Comments

QUATTRO MESI

Pochi giorni or sono ho festeggiato i quattro mesi da quando ho inaugurato questo blog, nato dal desiderio di mostrare ad altri la mia raccolta di “ricordi granata”.

E’ nato così per caso, lo spunto di un collezionista stanco di tenere tutto nel cassetto, e mai avrei pensato che potesse ottenere, nel suo piccolo, così tanto seguito ed attenzione.

Invece ecco che, controllando le statistiche degli accessi, ho scoperto che dal 18 settembre scorso il blog ha ricevuto ben 1.028 visite, e sono state sfogliate addirittura 18.481 pagine. Niente male, considerato l’argomento “di nicchia”, oltretutto in uno “spazio” non dedicato ai commenti degli accadimenti attuali, ma riservato ad indagare solo su quelli passati.

Se vado a vedere poi i numeri mese per mese, noto un aumento graduale dei contatti, da 3.755 in ottobre a 5.741 in dicembre.

Evidentemente la “formula” funziona: l’idea di non commentare la storia del Toro, ma farla commentare dai suoi protagonisti, accompagnando le loro parole con le immagini del materiale cartaceo (rigorosamente autentico) da me raccolto nel corso degli anni, pur nella sua semplicità è probabilmente un’opzione poco sfruttata.

Forse molti collezionisti sono del Toro, o più probabilmente molti del Toro sono collezionisti, ed unendo le due passioni (il tifo e la curiosità) il risultato va evidentemente al di là delle aspettative.

Non è difficile “raccogliere Toro”, in quanto a Torino la società granata – si sa – costituisce parte integrante del tessuto sociale e culturale della città. Basta riflettere e guardare con occhio attento, ed è facile trovare nel mondo del collezionismo torinese le tracce del Toro in un libro, una cartolina d’epoca, un manifesto, un giornale, una fotografia, anche se non direttamente legati allo sport. La storia del Torino calcio, come fenomeno di costume, è facile da ricostruire e seguire.

In ogni caso, grazie.

Gen 17, 2009 - Senza categoria    No Comments

GIORGIO FERRINI: CAPOFAMIGLIA DEL TORO

In un momento così difficile per il Toro, mi è parso giusto ricordare uno dei giocatori più amati dai tifosi, personaggio emblematico dell’essere granata e del cosiddetto “granatismo”. Si tratta – è quasi scontato – di Giorgio Ferrini [figurine – 43, 44, 45, 46; figurine II, 20], di cui riporto un ritratto scritto dal giornalista Giorgio Perucca per “La storia del Torino”, vol. 11 [editoria – 25]:

“Povero, caro Giorgio. Mi aveva detto quando decise di chiudere la carriera: << So bene quanto guadagnano i compagni, posso immaginare quanto prende Radice. Sono cifre che non interessano. Il calcio ed il Torino mi hanno già dato molto. Adesso mi basta uno stipendio da capofamiglia, con due figli ed una moglie da mantenere. >>

L’ha vissuta solo per un anno questa parte di capofamiglia, lieto della nuova sistemazione di lavoro come secondo di Radice, preoccupato di conservarla, felice di poter essere ancora col suo Toro…

Giorgio Ferrini era al Torino da più di vent’anni, ci arrivò dalla Ponziana (suggerito, secondo alcuni, da Josè Curti, acquistato dall’avvocato Livore) all’inizio della stagione 1955-56, ragazzino già solido ma ancora < da fare > come giocatore. Se ne occupò Bida Ussello, insuperabile preparatore, poi il < mulo > venne mandato a farsi le ossa in C nelle fila del Varese…

Era un lottatore, in giocatore forte, uno di quegli atleti che fanno squadra anche se privi del piede vellutato. I suoi tackle ed i suoi dribbling erano i lsegno della potenza di un fisico robusto. Per il Torino ha giocato sedici campionati, il primo dei quali – stagione 1959-60 – in serie B. Sono 443 le partite ufficiali disputate da Giorgio in maglia granata tra serie A e B. Alla cifra vanno aggiunte le gare di Coppa Italia e quelle dei tornei internazionali, le gare amichevoli. Due successi in Coppa Italia, il titolo europeo (e quello di cavaliere) con la nazionale sono le coccarde appuntate su una carriera esemplare per dedizione e sacrificio.

Chiedete agli allenatori che l’hanno avuto con loro, soprattutto ai massaggiatori che meglio di tutti conoscono i segreti di spogliatoio, di che tempra fosse Giorgio. Quante partite abbia giocato con le caviglie doloranti, i tendini stanchi, con i segni di botte non ancora guarite. Mai ne ha fatto una scusante. Il ritratto dell’uomo-giocatore esce da particolari come questi….

La Nazionale …l’ha chiamato solo a tratti. Gli ga fatto pagare duramente, con anni di <quarantena>, l’espulsione ai mondiali del Cile, dura sentenza dell’arbitro inglese Aston…Altre amarezze gliene hanno procurato i giornali che più volte lo hanno descritto come un killer, pubblicando l’elenco delle sue squalifiche. Diceva: <<Li capisco, ragionano sui dati, sulle cifre. Ma non sanno cosa vuol dire giocare in una squadra che non ha protezioni, che non ha amici in giro, che ogni domenica in campo, è sola con le sue capacità >>. Se il Torino non si è sfasciato in momenti difficili, se dopo di lui ha vinto lo scudetto, se ha giocato in Coppa Campioni, non poco merito è del vecchio capitano.”

Bruno Perucca

Gen 15, 2009 - Senza categoria    1 Comment

LO SCUDETTO REVOCATO AL TORINO (terza parte – il processo)

L’interessante esposizione di Carcano prosegue con la narrazione di alcuni episodi relativi al processo..

 “Ma l’episodio sconcertante di tutta la vicenda scudetto revocato al Torino è la fulminea riabilitazione di Allemandi (e la sua accettazione, quasi come fatto dovuto, da parte della stampa sportiva e non): un fatto incomprensibile, ricordando i toni scandalizzati, gonfi di moralismo, dei commenti scritti subito dopo la sentenza della Casa del Fascio di Bologna.

Mario Gerbi, presidente del Torino, in un’intervista del dicembre 1986, alla RAI, ha detto che nel 1949, dopo Superga, Ottorino Barassi, allora presidente in carica della FIGC, offrì a Novo la riabilitazione e la riconsegna al Torino del titolo conquistato nel 1926-27. Novo preferì la promessa di aiuti federali nell’illusione di ricostruire la squadra distrutta nel rogo dell’aereo. Se Barassi, dirigente del calcio durante il fascismo … pensò, allora, alla revoca della punizione, doveva avere elementi validi per proporre un atto del genere; elementi giuridici, vogliamo dire. Quando Pianelli, nel 1976, e Gerbi, nel 1982, riproposero sommessamente la questione, fu loro risposto che no nesisteva più una documentazione probante, andata distrutta nei bombardamenti di guerra…

L’argomento-principe portato da alcuni sulla equità di Leandro Arpinati nella vicenda scudetto revocato sta nel fatto che quel presidente si rifiutò di cedere alle pressioni di coloro che chiedevano che lo scudetto venisse assegnato al Bologna, secondo classificato dietro al Toro. Ma questa può essere stata un’astuzio, una furbizia del gerarca emiliano per non esporsi ad attacchi e, comunque, per accresceere il suo prestigio e, ad ogni modo, la sua leadership indiscussa sul mondo del calcio…

Il 13 gennaio 1928, davanti al Tribunale di Bologna, si svolge il processo per diffamazione contro il dottor Nani, processo promosso dai dirigenti del Torino Football Club radiati dalla Federazione calcio italiana…

l Nani depone dichiarando di aver agito all’insaputa del Consiglio direttivo della società calcistica torinese. Aggiunge di aver taciuto i suoi rapporti con il Gaudioso davanti al Consiglio stesso, convocato di urgenza da Marone a settembre quando apparvero sui giornali, le prime, confuse, notizie sulla presunta corruzione di un giocatore della Juventus…

Arpinati, citato, afferma che le squalifiche ai dirigenti del Torino per il biennio 1926-28 erano state comminate nella convinzione della loro consapevolezza: di aver cioè preparato il fatto e di averlo taciuto. Arpinati precisa di aver ritenuto come aggravante la circostanza dell’invio di un telegramma di Marone, all’estero per affari dal 25 maggio al 5 giugno (giorno successivo alla partita incriminata), telegramma indirizzato al Nani. In questo dispaccio si parlava di un pacchetto di azioni di cui doveva essere sospesa la consegna. Era parso, alla Federazione calcio, un linguaggio in codice per avallare la corruzione…

Il giorno 14, la sentenza. Eccone lo stralcio più significativo: <I patroni del dottor Guido Nani ripetono le dichiarazioni più volte rese prima e durante il processo dal loro rappresentato, che cioè i querelanti, già facenti parte del Consiglio direttivo del Torino, devono ritenersi assolutamente estranei alle trattative e agli accordi intervenuti fra il loro cliente dr. Nani, con il concorso dell’avv. Zanoncelli, ex segretario del Consiglio del Torino, e l’intermediario di un giocatore della Juventus, fatto di cui i dirigenti del Torino non vennero a conoscenza se non dopo la propagazione avvenuta a mezzo della stampa>.

Di fronte a questa dichiarazione, i querelanti affermano che lo scopo dell’azione giudiziaria è stato pienamente raggiunto perché <la prova addotta, passata sotto il controllo del magistrato penale è stata consacrata in un verbale di pubblico dibattimento e può evocarsi nel già chiesto giudizio sportivo di appello>. I querelanti, soddisfatti, ritirano la querela contro il Nani” [CONTINUA]

Gen 10, 2009 - Senza categoria    3 Comments

FERRUCCIO NOVO SCRIVE…

In questi giorni, nell’ambiente dei collezionisti ho trovato ed acquisito un documento sicuramente affascinante [miscellanea – 19 (a) (b)]: si tratta di una lettera di Ferruccio Novo, presidente del Grande Torino, datata 26 giugno 1947, scritta su due facciate di uno stesso foglio, indirizzata al conte Enrico Marone Cinzano, all’epoca oramai ex presidente del sodalizio granata, che fu tra i più grandi dirigenti che il Toro abbia mai potuto vantare. Insomma, un unico documento che ricorda l’opera di due indimenticati personaggi e noi tutti molto cari..

In questa missiva, scritta interamente di suo pugno, Ferruccio Novo ringrazia l’illustre predecessore per le congratulazioni in precedenza ricevute dopo la vittoria nel campionato appena concluso. Ne trascrivo di seguito il contenuto:

“Carissimo Enrico,

le tue affettuose espressioni, direttemi per congratulazioni del campionato mi sono particolarmente care. E’ per me somma lusinga il tuo elogio, poiché proviene da chi – prima di me – ha avuto la grande soddisfazione di festeggiare la vittoria nel massimo campionato, e ne conosce quindi le enormi difficoltà di realizzazione.

Rinnovo i miei ringraziamenti per la tua costante cortese attenzione nei miei confronti e nel pregarti di voler accogliere, con i sensi della mia più grata amicizia le mie più vive cordialità.

Tuo aff. Ferruccio

26-6-47”